Breve nota introduttiva: sono contento di accogliere l'intervento di Leonardo, una libera pietra posata-spostata-sollevata ne Le Città vivibili. Buona lettura a tutti!
Mondo, sii,
e buono;
esisti
buonamente,
fa’ che,
cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che
io ribaltavo eludevo
e ogni
inclusione era fattiva
non meno che
ogni esclusione;
su bravo,
esisti,
non
accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo
che il mondo così concepito
con questo
super-cadere super-morire
il mondo
così fatturato
fosse
soltanto un io male fantasticante
male
fantasticato mal pagato
e non tu,
bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più
in là, da lato, da lato.
Fa’ di
(ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre
tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche
chance,
fa’
buonamente un po’;
il congegno
abbia gioco.
Su, bello,
su.
Su,
munchhausen.
Questa è una
preghiera. Questa è la preghiera. La preghiera di chi chiede al mondo questo:
esistere. Mondo, sii. E già che ci sei, sii buono. È la preghiera disperata,
allucinata, la preghiera di un drogato che, perso nell’ebbrezza, fatto fino
all’ultimo suo atomo, piange e vomita e barcolla: vuole uscirne, vuole
smettere, vuole tornare al mondo e rinascere. È la preghiera di chi non ha
nulla da perdere perché non ha nulla. È la preghiera di Budda che, esausto,
prossimo al suicidio della sua razionalità, pronto a riconoscere
l’incommensurabilità tra mente e mondo, chiede sinceramente per la prima volta:
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto. È la preghiera di tutti quelli che al
mattino, ogni giorno, hanno il fegato di “guardarsi allo specchio”. È la nostra
preghiera, una preghiera vera, ironica e spaccona. È una preghiera peccaminosa.
È la vera cura: “la reciti una volta al giorno” dovrebbe dire il prete o il
medico.
Chi recita
questa preghiera, a ben guardare, ha solo una cosa: il proprio “esistere
psichicamente”. Su bravo, esisti, non accartocciarti in te stesso, in me
stesso. E non vuole, non vuole proprio che tutto si limiti a quello. Qui il
cogito, tanto caro a Cartesio come base per ogni fottuta certezza, non è altro
che la base di una sola certezza: l’incertezza. Io pensavo che il mondo così
concepito […] fosse soltanto un io male fantasticante male fantasticato mal
pagato. Con questi pensieri il Budda che è in noi trema e “pace non ha ma non
ha da far guerra”. Trema perché c’è il rischio che il mondo non funzioni, che
sia solo una proiezione della mente; c’è la possibilità che nessuno si ricordi
della nostra esistenza, che nessuno provi a connettersi sulla nostra lunghezza
d’onda. Trema perché per caso o necessità il mondo potrebbe non esistere. La
guerra in effetti c’è: è la guerra con noi stessi, sotto l’albero di Bodhi, per
uscire dal proprio io male fantasticante e trovare un appiglio, concreto,
reale.
Questo
appiglio esiste. Esiste anche in questa stessa poesia. Chi recita questa
preghiera disperata è perché in fondo sa che un appiglio c’è. Un frammento nel
mondo è possibile averlo, costruirlo. E alle volte è il frammento stesso che si
ricorda di noi e ci risveglia, se solo noi ci mettiamo seduti sotto un albero
di fico, con la postura da meditazione, e apriamo il nostro esistere
psichicamente a quel frammento. Lo inglobiamo. Lo assorbiamo tenendolo al
caldo. Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere. Sia fatta la tua volontà. Ma non nel
senso che puoi fare quel cazzo che ti pare e a me andrà bene tutto perché sei
onnipotente. Tu devi existere o desistere o obsistere. Non mi importa. Lasciami
il mio frammento, questo m’importa. Non sottrarmelo. Io in fondo credo in te,
anche se non ne ho le prove. Credo in te perché altrimenti non ti rivolgerei
una preghiera, pur senza fede. Il congegno abbia gioco. Mi son già messo sulla
strada, siamo già in cammino. Tu lasciamici. Non mi sfiorare. Non ti
accartocciare in me stesso. Questo dev’essere il nostro patto, mondo. Ci diamo
una chance a vicenda, io la do a te e tu a me. Facciamo buonamente un po’. Ci
incontriamo una volta sola. Solo una. Ci incontriamo una volta sola,
ontologicamente. Poi non ci vediamo più. Io per la mia strada e tu per la tua.
Non mi interessa più se esisti. Tu sei bello, sei santo e santificato. Ma io
voglio che tu ti faccia a lato, a lato. Voglio che mi lasci con il mio
frammento, con il mio appiglio, con ciò che mi ricorda che esisto. Tu mi sei
servito, mondo, ma solo all’inizio. E tu pure ti sei servito di me, come un
buffet. Siamo pari.
Su bello,
su.
Su
munchausen.
Leonardo Moscati