domenica 6 marzo 2016

Al mondo, di Andrea Zanzotto

Breve nota introduttiva: sono contento di accogliere l'intervento di Leonardo, una libera pietra posata-spostata-sollevata ne Le Città vivibili. Buona lettura a tutti!


Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, munchhausen.


Questa è una preghiera. Questa è la preghiera. La preghiera di chi chiede al mondo questo: esistere. Mondo, sii. E già che ci sei, sii buono. È la preghiera disperata, allucinata, la preghiera di un drogato che, perso nell’ebbrezza, fatto fino all’ultimo suo atomo, piange e vomita e barcolla: vuole uscirne, vuole smettere, vuole tornare al mondo e rinascere. È la preghiera di chi non ha nulla da perdere perché non ha nulla. È la preghiera di Budda che, esausto, prossimo al suicidio della sua razionalità, pronto a riconoscere l’incommensurabilità tra mente e mondo, chiede sinceramente per la prima volta: fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto. È la preghiera di tutti quelli che al mattino, ogni giorno, hanno il fegato di “guardarsi allo specchio”. È la nostra preghiera, una preghiera vera, ironica e spaccona. È una preghiera peccaminosa. È la vera cura: “la reciti una volta al giorno” dovrebbe dire il prete o il medico.
Chi recita questa preghiera, a ben guardare, ha solo una cosa: il proprio “esistere psichicamente”. Su bravo, esisti, non accartocciarti in te stesso, in me stesso. E non vuole, non vuole proprio che tutto si limiti a quello. Qui il cogito, tanto caro a Cartesio come base per ogni fottuta certezza, non è altro che la base di una sola certezza: l’incertezza. Io pensavo che il mondo così concepito […] fosse soltanto un io male fantasticante male fantasticato mal pagato. Con questi pensieri il Budda che è in noi trema e “pace non ha ma non ha da far guerra”. Trema perché c’è il rischio che il mondo non funzioni, che sia solo una proiezione della mente; c’è la possibilità che nessuno si ricordi della nostra esistenza, che nessuno provi a connettersi sulla nostra lunghezza d’onda. Trema perché per caso o necessità il mondo potrebbe non esistere. La guerra in effetti c’è: è la guerra con noi stessi, sotto l’albero di Bodhi, per uscire dal proprio io male fantasticante e trovare un appiglio, concreto, reale.
Questo appiglio esiste. Esiste anche in questa stessa poesia. Chi recita questa preghiera disperata è perché in fondo sa che un appiglio c’è. Un frammento nel mondo è possibile averlo, costruirlo. E alle volte è il frammento stesso che si ricorda di noi e ci risveglia, se solo noi ci mettiamo seduti sotto un albero di fico, con la postura da meditazione, e apriamo il nostro esistere psichicamente a quel frammento. Lo inglobiamo. Lo assorbiamo tenendolo al caldo. Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere. Sia fatta la tua volontà. Ma non nel senso che puoi fare quel cazzo che ti pare e a me andrà bene tutto perché sei onnipotente. Tu devi existere o desistere o obsistere. Non mi importa. Lasciami il mio frammento, questo m’importa. Non sottrarmelo. Io in fondo credo in te, anche se non ne ho le prove. Credo in te perché altrimenti non ti rivolgerei una preghiera, pur senza fede. Il congegno abbia gioco. Mi son già messo sulla strada, siamo già in cammino. Tu lasciamici. Non mi sfiorare. Non ti accartocciare in me stesso. Questo dev’essere il nostro patto, mondo. Ci diamo una chance a vicenda, io la do a te e tu a me. Facciamo buonamente un po’. Ci incontriamo una volta sola. Solo una. Ci incontriamo una volta sola, ontologicamente. Poi non ci vediamo più. Io per la mia strada e tu per la tua. Non mi interessa più se esisti. Tu sei bello, sei santo e santificato. Ma io voglio che tu ti faccia a lato, a lato. Voglio che mi lasci con il mio frammento, con il mio appiglio, con ciò che mi ricorda che esisto. Tu mi sei servito, mondo, ma solo all’inizio. E tu pure ti sei servito di me, come un buffet. Siamo pari.
Su bello, su.

Su munchausen.

Leonardo Moscati