Mi venne l'"ispirazione" mentre preparavo un esame universitario. Mancavano due giorni all'orale di diritto del Lavoro e...a pensarci bene, non c'era e non c'è nessun collegamento fra quello che studiavo e quello che ero stato "ispirato" a scrivere. Quindi dire di aver avuto l'ispirazione è ambiguo, porta fuori strada.
Però è successo così. Anche se i due fatti non si riguardano a vicenda, sono capitati assieme.
Faceva caldo, era estate, quindi mi trovavo a studiare all'aperto, dove faceva ugualmente caldo e non si muoveva il minimo spiffero di vento. A un punto, sfilo dall'ultima pagina del manuale un foglietto stropicciato che stava lì, tra la pagina seimila-e-qualcosa e la quarta di copertina - lo sfilo e inizio ad appuntarci alcune frasi a penna. Inchiostro blu, mi pare di ricordare, anche se son passati quattro anni. E come nulla fosse, come se fosse lecito passare dalle cose grandi alle piccole (e viceversa), dopo aver lasciato di leggere a metà una frase che forse trattava del licenziamento disciplinare, inizio ad appuntare frasi, versi, che poco avevano a che fare con quello di cui mi occupavo fino a qualche frazione di secondo prima.
E con certa foga, con un susseguirsi rapido di versi, uno dietro l'altro, come per una specie di fame nello scrivere il verso successivo prima di dimenticarlo, è uscito "John Donne". Come se fosse già fermentato nella testa e avesse fretta di uscire sul foglio prima di essere scordato.
In verità, l'"spirazione" non mi è mai piaciuta anche per un altro motivo. Perché ho sempre preferito e ritenuto migliori le cose nate da un travaglio. All'immediatezza ho sempre preferito la riflessione, il ragionamento, la ponderazione, la selezione. Anche quando mi capita di scrivere, benché non sempre.
Sta di fatto che mi sovvenne John Donne, quel poeta inglese vissuto tra '500 e '600, sentito nominare al liceo e di cui, leggendo molto tempo dopo alcuni versi di T.S. Eliot, avevo creato un'immagine che mi affascinava. Donne aveva scritto di umanità, di spiritualità, di amanti lontani che si ritrovano, di tradimenti. In questo momento però simboleggiava soprattutto l'irrequietezza, l'uomo attraversato da una febbre immateriale. Nessun contatto possibile gli calmava la febbre delle ossa - scrive Eliot.
E in cosa consiste questa febbre? La più celebre poesia di Donne recita: "Nessun uomo è un isola". Quando un uomo muore - scrive Donne -, mi sento diminuito.
Bene, allora questo male, questa inquietudine, questo dolore, è il dolore dell'umanità intera. È il dolore dell'uomo che ama e soffre col genere umano. È il richiamo della propria specie, di cui ci si sente parte. Non isolati, ma collegati.
Parte e tutto si compensano, si completano, pur senza annullarsi a vicenda. Se il Mediterraneo strappa una parte di costa, scriveva il poeta, tutta l'Europa ne risulta ridotta. La morte, la mancanza, la perdita, non riguardano solo il diretto interessato.
Se il mare strappa terra al continente, chi godrebbe sapendo che prima o poi sarà costretto a costruirsi casa su una palafitta?
John Donne, però, è anche il poeta dello scherzo, dell'amore infedele, della carne, appunto. A me piace quando carne e spirito sono blasfemamente la stessa cosa nella poesia. Amare con le ossa, tutto sommato, non è meno profondo che amare con l'anima o col cuore, anzi. A rigor di logica, la carne aggiunge quel tocco di realtà che all'anima sfugge.
Nella chimica, nella materia c'è qualcosa di estremamente poetico a mio avviso. E c'è poesia in ogni forma di umanità. Anche e soprattutto in quella meno apprezzata (la "disumanità").
S.R