sabato 23 gennaio 2016

Bisanzio, una città possibile



Metropolis. Protagoniste sono le grandi città: passate, presenti, future, eterne, inesistenti. I luoghi senza luogo e quelli possibili. Le città, infatti, sono la sintesi perfetta fra spazio e uomo, i luogo trasformati e vissuti, la realtà a misura d'uomo. In esse dimensione umana e materia si richiamano e si confondono, si spiegano a vicenda; esse non sono quindi semplice accozzaglie di muri, ma rivelano rapporti, condizioni, talvolta li celano sotto un sottile strato di intonaco.
Fra le città reali ma che acquistano un significato simbolico oltre la loro storia c'è Bisanzio, una delle metropoli che celano e rivelano oltre le sue mura.
Un poeta del secolo scorso scriveva di non chiedere ai poeti di camminare lungo le pareti, perché saranno tentati di scavalcarle.
In Bisanzio non parla solo la città, ma il senso di declino, la nostalgia, il senso esistenziale - "che importa a questo mare essere azzurro o verde?".
Il ricordo, la rabbia, il sonno. Tutto spinge alla riflessione, è la metafora o il pretesto per parlare dell'animo umano.

mercoledì 20 gennaio 2016

Note su John Donne

Mi venne l'"ispirazione" mentre preparavo un esame universitario. Mancavano due giorni all'orale di diritto del Lavoro e...a pensarci bene, non c'era e non c'è nessun collegamento fra quello che studiavo e quello che ero stato "ispirato" a scrivere. Quindi dire di aver avuto l'ispirazione è ambiguo, porta fuori strada.
Però è successo così. Anche se i due fatti non si riguardano a vicenda, sono capitati assieme.
Faceva caldo, era estate, quindi mi trovavo a studiare all'aperto, dove faceva ugualmente caldo e non si muoveva il minimo spiffero di vento. A un punto, sfilo dall'ultima pagina del manuale un foglietto stropicciato che stava lì, tra la pagina seimila-e-qualcosa e la quarta di copertina - lo sfilo e inizio ad appuntarci alcune frasi a penna. Inchiostro blu, mi pare di ricordare, anche se son passati quattro anni. E come nulla fosse, come se fosse lecito passare dalle cose grandi alle piccole (e viceversa), dopo aver lasciato di leggere a metà una frase che forse trattava del licenziamento disciplinare, inizio ad appuntare frasi, versi, che poco avevano a che fare con quello di cui mi occupavo fino a qualche frazione di secondo prima.
E con certa foga, con un susseguirsi rapido di versi, uno dietro l'altro, come per una specie di fame nello scrivere il verso successivo prima di dimenticarlo, è uscito "John Donne". Come se fosse già fermentato nella testa e avesse fretta di uscire sul foglio prima di essere scordato.
In verità, l'"spirazione" non mi è mai piaciuta anche per un altro motivo. Perché ho sempre preferito e ritenuto migliori le cose nate da un travaglio. All'immediatezza ho sempre preferito la riflessione, il ragionamento, la ponderazione, la selezione. Anche quando mi capita di scrivere, benché non sempre.
Sta di fatto che mi sovvenne John Donne, quel poeta inglese vissuto tra '500 e '600, sentito nominare al liceo e di cui, leggendo molto tempo dopo alcuni versi di T.S. Eliot, avevo creato un'immagine che mi affascinava. Donne aveva scritto di umanità, di spiritualità, di amanti lontani che si ritrovano, di tradimenti. In questo momento però simboleggiava soprattutto l'irrequietezza, l'uomo attraversato da una febbre immateriale. Nessun contatto possibile gli calmava la febbre delle ossa - scrive Eliot.
E in cosa consiste questa febbre? La più celebre poesia di Donne recita: "Nessun uomo è un isola". Quando un uomo muore - scrive Donne -, mi sento diminuito.
Bene, allora questo male, questa inquietudine, questo dolore, è il dolore dell'umanità intera. È il dolore dell'uomo che ama e soffre col genere umano. È il richiamo della propria specie, di cui ci si sente parte. Non isolati, ma collegati.
Parte e tutto si compensano, si completano, pur senza annullarsi a vicenda. Se il Mediterraneo strappa una parte di costa, scriveva il poeta, tutta l'Europa ne risulta ridotta. La morte, la mancanza, la perdita, non riguardano solo il diretto interessato. 
Se il mare strappa terra al continente, chi godrebbe sapendo che prima o poi sarà costretto a costruirsi casa su una palafitta?
John Donne, però, è anche il poeta dello scherzo, dell'amore infedele, della carne, appunto. A me piace quando carne e spirito sono blasfemamente la stessa cosa nella poesia. Amare con le ossa, tutto sommato, non è meno profondo che amare con l'anima o col cuore, anzi. A rigor di logica, la carne aggiunge quel tocco di realtà che all'anima sfugge. 
Nella chimica, nella materia c'è qualcosa di estremamente poetico a mio avviso. E c'è poesia in ogni forma di umanità. Anche e soprattutto in quella meno apprezzata (la "disumanità").

S.R

martedì 19 gennaio 2016

Ballata per John Donne

  John Donne, penso, era un altro così (…)
                      …conosceva l’angoscia del midollo,
                      la terzana dello scheletro,
                      nessun contatto possibile alla carne
                      gli placava la febbre delle ossa... 

                                                                  (T.S. Eliot)

Proprio non sentiva il ritmo di terzana
traversargli il corpo freddo raggelato
e Dio battergli il petto concavo e vuoto,
ma il mite Mediterraneo strappargli
un ettaro di pelle a ogni secolo
di storia passata con gli uomini
e, quando un guscio vuoto volle
a contenergli il vuoto guscio,
non gli restava scheletro per le larve.

Non sentiva proprio il ritmo di ballata,
ma le campane a festa,
funebre fanfara festosa,
la sposa eterna dell'Amore
e non il canto degli amanti traditori
sbeffeggiare, né Dio battergli il petto
o violentargli l'anima di assilli,
né i cerchi disegnati sulla carta
perché glieli strappava l'onda.

E la dimora che restava,
palafitta sull'Atlantico.
Diventava muta la campana. Ora ancora
suona per le isole sperdute in alto mare,
per gli sfiniti sensi e i bulbi degli occhi
appassiti a superare l'orizzonte.
Si ama anche (epigrafava) col carbonio
delle ossa – ed è così che voglio amare,
uomo, donna, terra, umanità, disumanità...

Disumanità, soprattutto.

giugno 2012Simone Risoli

giovedì 7 gennaio 2016

Finnegans Wake. Motivi di un'ispirazione.

Finnegans Wake è l'ultima opera di James Joyce, la più impegnativa, all'apice dello sperimentalismo letterario che tenne impegnato l'autore per 17 anni. Non è facile quindi parlarne.
Joyce si ispirò alla tradizione popolare irlandese per scrivere un racconto epico sull'origine dell'universo, un racconto biblico e comico allo stesso tempo, che spiega i fenomeni naturali, la formazione dei mari, la nascita dell'uomo attraverso la storia di Finnegan, gigante mitico. e della sua famiglia. La trama del romanzo poetico è, per la verità, molto complessa, intricata, difficile da sciogliere: l'autore, portando alle estreme conseguenze lo sperimentalismo sulla lingua, si abbandona a una ricerca della musicalità, delle parole, della numerologia e della simbologia che assumono un peso maggiore della storia stessa.
Per quanto riguarda i contenuti, però, protagonista indiscusso dell'opera è il tempo. Tempo che passa, che si ferma, che inverte l'ordine di scorrimento, che procede al contrario, che riprende, che si svolge ciclicamente; più di due terzi del racconto sono dominati dal sonno di Finnegan e dal sogno, in cui il tempo, la logica, il linguaggio seguono le loro regole particolari. Il tempo non scorre uguale per Finnegan, il gigante addormentato che nel suo letto-bara sogna l'origine del Cosmo, e i presenti alla sua veglia, che lo vedono fermo, immobile, morto: per loro il tempo è la successione di attimi diversi e interminabili, determinati dal sentimento, dal dolore, scanditi dagli eventi; per Finnegan il tempo è il tempo dell'eterno, in cui un attimo non si distingue dall'altro, trascorrendo con una velocità impressionante. Ma nel sogno di Finnegan la velocità non esiste, il tempo non scorre secondo gli stessi parametri, perché appartiene a un racconto. Per gli altri è morto, e le poche ore della veglia durano infinitamente; ora eterne anche per il lettore, perché piene di eventi, incomprensibili, illogiche, da riempire pagine e pagine, ma allo stesso tempo brevi, perché il racconto lo trasporta, lo affascina e gli alleggerisce il peso.
Pare che Joyce si fosse ispirato alla teoria del tempo di Nietzsche; il tempo non è quello lineare a cui l'uomo è abituato a pensare, ma ciclico; gli eventi prima o poi si ripetono, gli attimi tornano tali e quali. Joyce ricorda che secondo il filosofo illuminista G.B. Vico al tempo degli uomini seguirà il tempo degli dèi. Quest'era non è un'epoca nuova, ma è l'epoca dell'eternità; la quale non significa vita eterna e non ha a che fare con l'aldilà o con una dimensione trascendente. Il tempo dell'eternità è quello in cui gli uomini sanno che nulla procede in una sola direzione per poi non tornare, che nulla nasce e finisce. L'uomo come specie è eterno, si ripete, si replica ciclicamente, muore e rinasce - in my end is my beginning...in my beginning is my end, scrive T.S. Eliot in Burnt Norton.
Tempo che ovviamente non è e non deve essere confuso con quello dell'individuo. Ma credo che il migliore messaggio di speranza sia quello dato dalla capacità di distinguere. Credo che l'"eternità" relativa di cui parla Finnegans Wake sia un meraviglioso messaggio di speranza, perché si tratta di una speranza reale e non di una promessa vaga e irrealizzabile. È una speranza laica e umana.
Il tema del romanzo è proprio la perpetuazione.
Lo stesso protagonista, davanti agli occhi increduli dei presenti, si sveglia. Quello che per gli altri era la sua veglia funebre, per lui è stato sogno, esperienza. Nulla di metafisico o di spirituale però, non si tratta di un'esperienza mistica o extracorporea. C'è invece qualcosa di dissacrante. Dissacrazione e contraddizione. Quella che era veglia per i presenti, si conclude nel modo più paradossale ma logico: durante una veglia si attende il risveglio di un morto, sapendo che mai si potrebbe svegliare. E invece si assiste...proprio a un risveglio! - anche qui: quella che per gli altri è resurrezione, per Finnegan è semplice risveglio. La veglia è di Finnegan, che vive imprese straordinarie, fra cui la sua stessa "rinascita" dal sonno, ed è per Finnegan, vegliato dai parenti incuranti (cosiddetto "genitivo oggettivo"). E come si risveglia l'eroico gigante (se eroico è un uomo che dorme affrontando le impervie foreste del sonno!)? La ballata popolare da cui Joyce trae ispirazione parla della comica resurrezione di un certo Tim Finnegan, muratore abituato a bere whiskey ogni mattina, a cui accadde di cadere da una scala mentre trasportava mattoni. Sbattendo violentemente la testa, Tim sarebbe morto e la sua salma portata a casa e deposta su un letto "con un gallone di whiskey ai piedi ed un barilotto di birra scura al capezzale". Comincia quindi la veglia funebre durante la quale nasce una discussione sulle qualità del defunto che sfocia in rissa generale; accade allora che un bicchiere di whiskey, scagliato da uno dei presenti, colpisce la salma che, d'improvviso, si rianima urlando: "Fate girare come un lampo i vostri cicchetti, che il diavolo vi porti, credevate fossi morto?!".
Risvegliato da un bicchiere di whiskey, quindi (termine che, non a caso, in gaelico antico significa "acqua della vita"). Ed è allora che forma segue la sostanza: al risveglio di Finnegan il romanzo non finisce ma...riprende dall'inizio...

mercoledì 6 gennaio 2016

La veglia di Finnegan

                                              sWake:
                            genitivo oggettivo.

Dorme.
È mezzo vivo mezzo morto
Come un gatto in scatola
E piange-ride di gioioso dolore
Mentre le nuvole vanno e vengono
Gravide di semi per la terra in calore.

E la parte mezza morta chiede
Resurrezione
Tentenna trema allo sforzo tantrico
Del risveglio –
I morti ed i giganti
Si abbassano per scrutare Finnegan
      – Gettàti  tra l’antrace dell’inferno
Vegliano –
E la parte di me mezza morta chiede
Resurrezione.

Sveglia!
Fermo sulla porta
mezzo dentro mezzo fuori ti attende
un lieto inizio
                       Finnegan 
                                     Finnegan 
                                                  Finnegan


Simone Risoli

Un'altra introduzione?

Un (altro) blog di poesia?
Forse non ce ne sono mai troppi. Forse non sono poi tutti uguali. Troppe pretese, troppo ambizioso il progetto. Meglio approfittare delle poche pause dal lavoro per riposarsi. 
Però, si sa, ognuno si riposa a modo suo e, fintantoché non si fa del male agli altri, tutto è lecito: anche scrivere un altro blog di poesie.
Che poi tanto velleitario non è. Non è la volontà di avere un blog, un altro, di cui farei/faremmo volentieri a meno. Preferiremmo non volerlo. Ma non si può sopprimere la voglia di scrivere.
Che poi voglia non è. Non è solo un bisogno, una liberazione. È un modo di comunicare: col presente (i lettori), col passato (gli Autori) e con me stesso. E quindi è un modo per confrontarsi.
Perché allora "Le città vivibili"? Perché mi pare che l'unico modo per comunicare, per confrontarsi, sia condividere; e non si può condividere tenendo per sé quel che si vuole dire.
Perché proprio "Le città vivibili"? Sono passati diversi anni da quando Calvino pubblicò le Città invisibili, la raccolta di brevi racconti (se non è riduttivo definirli tali) con cui lo scrittore raccontava, rappresentava, sotto forma di narrazione fantastica di Marco Polo a Kublai Khan, le città multiformi e favolose del suo impero. Ogni città raccontava, rappresentava a sua volta un sentimento, uno stato d'animo, una vittoria, un fallimento, un'età, un'aspettativa: una sfumatura della condizione umana. La grande scala di gusci di chiocciola che sente il trascorrere del tempo, il ricordo del suono dei viali affollati, le cupole d'oro dismesse: il sentimento del tempo, la memoria, la vanità, la giovinezza, la nostalgia.
E se quelle città che simboleggiavano qualcosa erano invisibili, inesistenti, o esistenti in un determinato modo solo per chi le aveva vissute e, quindi, esistenti in migliaia di modi diversi (per ciascuno)...quelle a cui penso - che non sono poi molto differenti - sono vivibili: cioè sono possibili, ma multiformi, hanno molti significati...Sono tutte quelle immaginabili.
Ogni esperienza personale o collettiva, storica o limitata, permette di viverle e di descriverle sotto diverse sfaccettature.
Proprio le "Città vivibili", dunque, perché se dovessi, costretto sotto tortura, sputare in faccia al mio carnefice una definizione di poesia, direi che quella, la vecchia Musa, è cercare, raccontare i diversi significati possibili delle cose; è trovare, scoprire nelle cose mille valenze, mille angolature e significati, lasciando che esse simboleggino, rappresentino, raccontino qualcos'altro.

S.R.