(di Leonardo Moscati)
Quanto mi piace averlo usato
se non per questo:
per averlo sprecato.
Scrivere qualcosa e poi cancellarla
come fosse un mio segreto
ma andare più in là: dimenticarla.
Fermarmi alla finestra e guardare lontano
quasi ci fosse una musica
da cogliere come un frutto
dal sottofondo.
Aspettare che sopraggiunga un po' di noia
magari un brivido di stanchezza,
aspettare una chiamata da qualsiasi fonte
mettermi in attesa di un segno qualunque,
di un dettaglio da raccontare
magari da falsare, appena appena, il giusto.
Lasciare che una zanzara mi punga
e osservarla, non permettere che fugga.
Chiedermi il perché delle cinque dita
e lasciar correre, non importa.
Canticchiare, sempre lì alla finestra,
la malinconia è questa
scorgere un sorriso triste
che prima o dopo verrà riempito
da labbra carnose, da un rossetto,
su cui scivolerà una lacrima
sporca d'ombretto.
Fingo di portarla via da quel viso
con un gesto della mano
protesa dov'è lo sguardo, lontano.
Leonardo Moscati
domenica 20 novembre 2016
sabato 19 novembre 2016
Titoli ipertrofici
Titoli complessi, che condensano il significato del testo oppure testi che dipanano, spiegano, come una carta accartocciata, un titolo all'apparenza inestricabile o misterioso. Oppure testi che contraddicono un titolo che di per sé è già completo, perché esprime un concetto.
Questo rapporto fra titolo complesso e poesia (intesa come testo del componimento) è estremamente affascinante, talvolta geniale. Il titolo stesso è ricercato, poetico. Non è come nel diritto, in cui la rubrica (il titolo della norma) non ha valore prescrittivo, ma solo indicativo: il titolo stesso, invece, è parte della poesia o, addirittura, è una poesia autonoma.
Proprio da una fredda norma di diritto vorrei partire per segnalarvi il fascino del titolo e il suo contributo alla poeticità del testo, soprattutto quando fra testo e titolo c'è conflitto, dicotomia; ma anche quando il testo si scopre una spiegazione, una declinazione del titolo: uno dei mille significati che il poeta vuole dargli, fra gli infiniti significati possibili (spesso scegliendo quello che meglio corrisponde a un suo stato).
Turbata libertà degli incanti (titolo), articolo 353.
Chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, è punito con la reclusione
fino a due anni
e con la multa
da lire duecentomila a due milioni.
Sentite la naturalezza poetica?
Il titolo, quasi-romantico (in senso letterario), attinge alla sfera irrazionale e lascia immaginare scenari diversi. Nel leggere il titolo (leggiadro, soave) si aprono aspettative e orizzonti. Ma quando si scende (una catabasi) al testo (freddo, apatico, giuridichese), il tono incalzante, burocratico, solenne al limite del goffo, contraddice ogni aspettativa, cozza contro ogni naturalezza poetica presente nel titolo.
Il titolo, quasi-romantico (in senso letterario), attinge alla sfera irrazionale e lascia immaginare scenari diversi. Nel leggere il titolo (leggiadro, soave) si aprono aspettative e orizzonti. Ma quando si scende (una catabasi) al testo (freddo, apatico, giuridichese), il tono incalzante, burocratico, solenne al limite del goffo, contraddice ogni aspettativa, cozza contro ogni naturalezza poetica presente nel titolo.
Ecco, questo contrasto, paradosso, quasi dissacrazione fra titolo e testo è estremamente poetico. Maanche laddove non ci fosse contraddizione, ma spiegazione, disvelamento, in questo rapporto fra titolo che annuncia, cela, nasconde, racchiude (pensate a una poesia ermetica: Soldati, di Ungaretti; agli Xenia di Montale: che cosa sono? Che cosa recano in dono?; il Ringraziamento di Wisława Szymborska, in cui il testo è spiazzante rispetto a un titolo che pare annunciare qualcosa di scontato), un titolo che lascia false speranze, invita ad andare oltre, ad essere capito...mi pare ci sia tanta capacità poetica.
martedì 20 settembre 2016
venerdì 2 settembre 2016
Verbannt
Splendida la corazza di ombre di fango,
corone di spine che annusa
profumano di fasto: aspetta il corvo
passare ultimo
ad annunciargli un nuovo giorno.
Siede in un angolo di stanza,
di stanza soldati
sul filo della notte
a sorvegliargli il sonno.
Il suo scudiero è ancora alla meta.
Aspetta.
Nel suo mantello azzurro scialbo,
vede un passare di piccioni bianchi
sui banchi di mare:
vanno...
E, mentre a Itaca si brinda,
fermo, immobile, sta,
ma ha il piede già piantato a domani.
Simone Risoli
corone di spine che annusa
profumano di fasto: aspetta il corvo
passare ultimo
ad annunciargli un nuovo giorno.
Siede in un angolo di stanza,
di stanza soldati
sul filo della notte
a sorvegliargli il sonno.
Il suo scudiero è ancora alla meta.
Aspetta.
Nel suo mantello azzurro scialbo,
vede un passare di piccioni bianchi
sui banchi di mare:
vanno...
E, mentre a Itaca si brinda,
fermo, immobile, sta,
ma ha il piede già piantato a domani.
Simone Risoli
giovedì 28 aprile 2016
Il Primo Uomo, parte IV (I Migranti II)
Il passato è passato. Non si distruggono le macerie, non si muore sui morti.
D'altre parte, si potrebbe pure: nessuno lo esclude, nessuna legge, nessun buon senso.
D'altre parte, si potrebbe pure: nessuno lo esclude, nessuna legge, nessun buon senso.
Ma la legge di sopravvivenza, la volontà di vivere impone di andare. Chi poi sia veramente a volere, non è dato sapere. Nessuno - in teoria - sopravviverebbe a una catastrofe, anche se sopravvissuto: non è più lui, non è più il mondo, la fatica di essere ancora pesa grandemente.
Ma i più - nella pratica - sopravvivono.
Ma i più - nella pratica - sopravvivono.
L'aria poco a poco iniziava a non bruciare.
Di aria nuovamente era tornato a occuparsi, del cibo, delle prede da procacciarsi, di un riparo: cose di ogni giorno. Pensò che se fossero stati lì con lui gli altri che non erano sopravvissuti, forse ora glielo avrebbero rimproverato: rimproverato di essere e continuare. Come se continuare - ulteriore fendente al cuore dopo la catastrofe - fosse una colpa. Continuare, a esser franchi, significa mettere una pietra sopra. Significa tornare a pensare all'aria, al cibo, a un riparo: a cose di ogni giorno. E come si può, con che coraggio, con che sprezzo, pensare alle cose di ogni giorni come se nulla fosse stato?
Di aria nuovamente era tornato a occuparsi, del cibo, delle prede da procacciarsi, di un riparo: cose di ogni giorno. Pensò che se fossero stati lì con lui gli altri che non erano sopravvissuti, forse ora glielo avrebbero rimproverato: rimproverato di essere e continuare. Come se continuare - ulteriore fendente al cuore dopo la catastrofe - fosse una colpa. Continuare, a esser franchi, significa mettere una pietra sopra. Significa tornare a pensare all'aria, al cibo, a un riparo: a cose di ogni giorno. E come si può, con che coraggio, con che sprezzo, pensare alle cose di ogni giorni come se nulla fosse stato?
Ma sopravvivere non è una colpa, non è una colpa continuare. Non c'è colpa in fondo nell'aria. Non ce n'è nel cibo, nel cercarsi un riparo. Certamente (invece) c'è tanta inumana forza - inumana? E che vuol mai significare?
Tanta innaturale, forse, forza. E le piante, il cielo, l'aria, la schiuma infranta, la sabbia dell'isola, disarmati dinnanzi a tanta innaturalezza, iniziarono a rimproverargliela.
S.R.
Labyrinthos
Assonnato dormo
un'altra notte;
sveglio vado
pavido per le strade
e i meandri della mente;
lungo, il verso sconfina
oltre il bordo della pagina,
attaccato dalla morsa di cesoie,
canto di sirena,
lingua di fumo che lecca l'atmosfera,
cade debole
come il diamante. La sua luce
è nei cristalli infiniti
frammenti multicolori.
E mentre è primavera nell'aria,
il freddo febbrile attanaglia le carni:
verde muore l'erba,
verde l'erba nasce.
aprile 2016
Simone Risoli
un'altra notte;
sveglio vado
pavido per le strade
e i meandri della mente;
lungo, il verso sconfina
oltre il bordo della pagina,
attaccato dalla morsa di cesoie,
canto di sirena,
lingua di fumo che lecca l'atmosfera,
cade debole
come il diamante. La sua luce
è nei cristalli infiniti
frammenti multicolori.
E mentre è primavera nell'aria,
il freddo febbrile attanaglia le carni:
verde muore l'erba,
verde l'erba nasce.
aprile 2016
Simone Risoli
lunedì 11 aprile 2016
(Ho appena appoggiato la porta)
Ho appena appoggiato la porta
lasciandoti andare,
lasciandoti andare,
senza vederti voltare.
Si aspetta un secondo di solito
o sesto di secolo prima di svolgere
indietro lo sguardo
indietro lo sguardo
alla soglia usurata,
la fronte bagnata,
accartocciata e pesante.
Livida la notte e leggera,
la luna a passo di ballata lenta
avanza; la luna,
quel pensile oggetto
sputato nel cielo
da un dio senza tempo
che mai ebbe tempo di appianarle i crateri;
e ora crateri più grandi mi trivella
fra falange e falange ogni scelta.
Andare, restare, partire…
Casa è il luogo a cui si torna.
E resto, solo e pensoso,
in questo angolo di sfera distante.
S’ama solo quel che si teme
o non si possiede.
Casa è il luogo da cui si parte.
Un dì, se non andrai sempre fuggendo
di gente in gente,
ancora qui mi troverai,
a cambiare il mondo.
Ma avrò scelto d’andare
e mai saremo
sullo stesso parallelo.
2015-2016
Simone Risoli
domenica 6 marzo 2016
Al mondo, di Andrea Zanzotto
Breve nota introduttiva: sono contento di accogliere l'intervento di Leonardo, una libera pietra posata-spostata-sollevata ne Le Città vivibili. Buona lettura a tutti!
Mondo, sii,
e buono;
esisti
buonamente,
fa’ che,
cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che
io ribaltavo eludevo
e ogni
inclusione era fattiva
non meno che
ogni esclusione;
su bravo,
esisti,
non
accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo
che il mondo così concepito
con questo
super-cadere super-morire
il mondo
così fatturato
fosse
soltanto un io male fantasticante
male
fantasticato mal pagato
e non tu,
bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più
in là, da lato, da lato.
Fa’ di
(ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre
tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche
chance,
fa’
buonamente un po’;
il congegno
abbia gioco.
Su, bello,
su.
Su,
munchhausen.
Questa è una
preghiera. Questa è la preghiera. La preghiera di chi chiede al mondo questo:
esistere. Mondo, sii. E già che ci sei, sii buono. È la preghiera disperata,
allucinata, la preghiera di un drogato che, perso nell’ebbrezza, fatto fino
all’ultimo suo atomo, piange e vomita e barcolla: vuole uscirne, vuole
smettere, vuole tornare al mondo e rinascere. È la preghiera di chi non ha
nulla da perdere perché non ha nulla. È la preghiera di Budda che, esausto,
prossimo al suicidio della sua razionalità, pronto a riconoscere
l’incommensurabilità tra mente e mondo, chiede sinceramente per la prima volta:
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto. È la preghiera di tutti quelli che al
mattino, ogni giorno, hanno il fegato di “guardarsi allo specchio”. È la nostra
preghiera, una preghiera vera, ironica e spaccona. È una preghiera peccaminosa.
È la vera cura: “la reciti una volta al giorno” dovrebbe dire il prete o il
medico.
Chi recita
questa preghiera, a ben guardare, ha solo una cosa: il proprio “esistere
psichicamente”. Su bravo, esisti, non accartocciarti in te stesso, in me
stesso. E non vuole, non vuole proprio che tutto si limiti a quello. Qui il
cogito, tanto caro a Cartesio come base per ogni fottuta certezza, non è altro
che la base di una sola certezza: l’incertezza. Io pensavo che il mondo così
concepito […] fosse soltanto un io male fantasticante male fantasticato mal
pagato. Con questi pensieri il Budda che è in noi trema e “pace non ha ma non
ha da far guerra”. Trema perché c’è il rischio che il mondo non funzioni, che
sia solo una proiezione della mente; c’è la possibilità che nessuno si ricordi
della nostra esistenza, che nessuno provi a connettersi sulla nostra lunghezza
d’onda. Trema perché per caso o necessità il mondo potrebbe non esistere. La
guerra in effetti c’è: è la guerra con noi stessi, sotto l’albero di Bodhi, per
uscire dal proprio io male fantasticante e trovare un appiglio, concreto,
reale.
Questo
appiglio esiste. Esiste anche in questa stessa poesia. Chi recita questa
preghiera disperata è perché in fondo sa che un appiglio c’è. Un frammento nel
mondo è possibile averlo, costruirlo. E alle volte è il frammento stesso che si
ricorda di noi e ci risveglia, se solo noi ci mettiamo seduti sotto un albero
di fico, con la postura da meditazione, e apriamo il nostro esistere
psichicamente a quel frammento. Lo inglobiamo. Lo assorbiamo tenendolo al
caldo. Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere. Sia fatta la tua volontà. Ma non nel
senso che puoi fare quel cazzo che ti pare e a me andrà bene tutto perché sei
onnipotente. Tu devi existere o desistere o obsistere. Non mi importa. Lasciami
il mio frammento, questo m’importa. Non sottrarmelo. Io in fondo credo in te,
anche se non ne ho le prove. Credo in te perché altrimenti non ti rivolgerei
una preghiera, pur senza fede. Il congegno abbia gioco. Mi son già messo sulla
strada, siamo già in cammino. Tu lasciamici. Non mi sfiorare. Non ti
accartocciare in me stesso. Questo dev’essere il nostro patto, mondo. Ci diamo
una chance a vicenda, io la do a te e tu a me. Facciamo buonamente un po’. Ci
incontriamo una volta sola. Solo una. Ci incontriamo una volta sola,
ontologicamente. Poi non ci vediamo più. Io per la mia strada e tu per la tua.
Non mi interessa più se esisti. Tu sei bello, sei santo e santificato. Ma io
voglio che tu ti faccia a lato, a lato. Voglio che mi lasci con il mio
frammento, con il mio appiglio, con ciò che mi ricorda che esisto. Tu mi sei
servito, mondo, ma solo all’inizio. E tu pure ti sei servito di me, come un
buffet. Siamo pari.
Su bello,
su.
Su
munchausen.
Leonardo Moscati
lunedì 15 febbraio 2016
Il Primo Uomo, parte III (I Migranti)
Pensò a tutti i pesci che aveva lasciato nel mare. I pesci abbandonati nel mare, che volevano scappare dal mare.
Nessuno di loro avrebbe passato sera. Nessuno sarebbe sopravvissuto.
Il mare li avrà inghiottiti ormai, riversandoci sopra tutte le onde del mondo.
Sepolti. Scappare volevano dal mare che più non li sfamava; e per mare cercavano la fuga: ma il mare, ora, era diventato una tomba.
Aveva lasciato il padre anziano che non più reggevano le sue spalle - ora ricordava quel senso asfittico, quella sensazione di peso insopportabile che sentiva poco prima, come un masso che lo schiacciava, il peso insopportabile dell'aria che gli spalancava i polmoni: non era escrescenza della mente, ma memoria.
Si era sentito annegare mettendo piede sulla terraferma.
Lasciava le uova deposte, le uova che avrebbe depositato sul fondo un giorno e non depositato mai più; il mare, le onde, gli atomi di idrogeno, l'ossigeno, il cloruro di sodio, le montagne di sabbia e corallo, quelle viste, quelle presenti, quelle che avrebbe vissuto certamente un giorno e che ora, venuto alla terra, non avrebbe più visto, o mai visto. Un senso di nostalgia lo prese per il suo mare.
Duro è passare a nuova vita. Non si resiste con animo leggero. Ma quando di vita si tratta - nuova, vecchia, infangata, pulita - poco importa: il senso che lo spinse - che li spinse - fuggire il mare - la lama di coltello scintillante che li avrebbe passati uno a uno, l'ossigeno che mancava - vale ogni rinuncia.
Vale ogni rinuncia? Una terra arida, una terra, la terra li aspettava.
Scegliere non si poteva. Se scegliere si potesse - inconsapevole pensava - resteremmo.
Nulla vale più del mare, del mare-vita, del mare-casa, del mare-tomba.
Ora si sentiva tradito. Non più il peso sul suo dorso, non più la nostalgia: andare, lasciare, vedere, vivere - vivere in un certo modo - non era un gioco - non erano parole: nulla ha a che fare tutto questo con la poesia.
Le lische disossate dal mare, amico-nemico, casa-lapide, che da un giorno all'altro si era volto in lager, che s'era fatto troppo piccolo e troppo affollato, che li aveva gettati nel mondo per poi gettarli fuori, d'improvviso, con la forza.
Dalla culla alla tomba: my beginning is my end.
Questa è la sorte di quelli che fuggono.
(Questa è la sorte di chi migra. Ma non siamo noi pesci i migratori delle correnti, gli scalatori delle burrasche?).
(Questa è la sorte di chi migra. Ma non siamo noi pesci i migratori delle correnti, gli scalatori delle burrasche?).
S.R.
lunedì 8 febbraio 2016
Il Primo Uomo, parte II
E si chiese: "A che tante facelle?".
S.R.
Ma poi udì il richiamo della fame e volle - fortissimamente volle - con lo stomaco, più che con la testa volle - placare in un boccone la sua fame.
Sapeva che, per qualche strana ragione, l'aria che gli entrava fredda nelle narici e pian piano si riscaldava del suo fiato caldo-umido fino a gonfiargli le costole come uno scorfano davanti al predatore, quell'aria - appunto - non avrebbe più accettato di buon grado l'acqua scorrergli nei bronchi. Andò a tentoni verso la roccia che scorgeva davanti all'acqua salata di mare, trascinandosi con fatica infinita in quella sabbia mobile volatile scorrevole vischiosa. Roccia e sabbia erano stessa cosa; camminava su smeriglio di pietra compatta, ormai scivolosa e distrutta come vetro che precipita e si schianta e si frantuma in atomi.
Il vento, l'onda di tanto sono capaci. Subito dopo i morsi della fame avrebbe dovuto pensare a trovare un riparo. Riparo dall'aria che lo animava, dall'acqua che lo cullava e sfamava se non avesse voluto far la fine della roccia.
Allora cercò di allontanarsi dall'una e dall'altra, ma senza successo. Prese in mano un granello d'aria, scrutò un anelito di acqua e pensò: "Questo mi è utile".
S.R.
domenica 7 febbraio 2016
Il Primo Uomo, parte I
Il mondo gli provocava una strana sensazione di nausea.
Da giorni aveva appoggiato il piede sulla terraferma. Un senso di sprofondamento nella sabbia che si infila ovunque e che sembrava mal sopportare il suo peso. Appena ci si era appoggiato sembrava pesargli quel suo corpo che affondava ovunque e che con gran fatica trascinava per infiniti centimetri da una sponda all'altra della terra. Era come quella volta che sul dorso aveva trasportato la carcassa di un pesce sei volte più grande di lui e, malgrado la spinta della corrente, avvertiva una gravità che lo piombava verso il fondo. Aveva provato quella volta una sensazione simile alla morte - un affaticarsi dei muscoli oltremisura, uno sforzo immane, le forze tentare la fuga e dover resistere. Come quando si tenta una corsa e non reggono più le gambe, ma fermarsi in quel momento significa abbandonarsi a qualcosa di estremamente doloroso, cadere tra le fauci di una belva feroce, sentire i suoi denti affondare nella carne fino ai nervi, picchiare il cranio contro una pietra aguzza, essere schiacciati da una valanga. E allora si continua la corsa, anche se è estenuante, anche se più piacevole sarebbe abbandonarsi alla perdita di ogni senso e lasciarsi cadere, inerti, in una coltre di assenza e dimenticanza del mondo.
Il sonno, la perdita di coscienza sono tanto cari. Ma per averli, un dannato dolore: lo stordimento, l'emicrania, il default dei sensi, la caduta.
S.R.
sabato 23 gennaio 2016
Bisanzio, una città possibile
Metropolis. Protagoniste sono le grandi città: passate, presenti, future, eterne, inesistenti. I luoghi senza luogo e quelli possibili. Le città, infatti, sono la sintesi perfetta fra spazio e uomo, i luogo trasformati e vissuti, la realtà a misura d'uomo. In esse dimensione umana e materia si richiamano e si confondono, si spiegano a vicenda; esse non sono quindi semplice accozzaglie di muri, ma rivelano rapporti, condizioni, talvolta li celano sotto un sottile strato di intonaco.
Fra le città reali ma che acquistano un significato simbolico oltre la loro storia c'è Bisanzio, una delle metropoli che celano e rivelano oltre le sue mura.
Fra le città reali ma che acquistano un significato simbolico oltre la loro storia c'è Bisanzio, una delle metropoli che celano e rivelano oltre le sue mura.
Un poeta del secolo scorso scriveva di non chiedere ai poeti di camminare lungo le pareti, perché saranno tentati di scavalcarle.
In Bisanzio non parla solo la città, ma il senso di declino, la nostalgia, il senso esistenziale - "che importa a questo mare essere azzurro o verde?".
Il ricordo, la rabbia, il sonno. Tutto spinge alla riflessione, è la metafora o il pretesto per parlare dell'animo umano.
mercoledì 20 gennaio 2016
Note su John Donne
Mi venne l'"ispirazione" mentre preparavo un esame universitario. Mancavano due giorni all'orale di diritto del Lavoro e...a pensarci bene, non c'era e non c'è nessun collegamento fra quello che studiavo e quello che ero stato "ispirato" a scrivere. Quindi dire di aver avuto l'ispirazione è ambiguo, porta fuori strada.
Però è successo così. Anche se i due fatti non si riguardano a vicenda, sono capitati assieme.
Faceva caldo, era estate, quindi mi trovavo a studiare all'aperto, dove faceva ugualmente caldo e non si muoveva il minimo spiffero di vento. A un punto, sfilo dall'ultima pagina del manuale un foglietto stropicciato che stava lì, tra la pagina seimila-e-qualcosa e la quarta di copertina - lo sfilo e inizio ad appuntarci alcune frasi a penna. Inchiostro blu, mi pare di ricordare, anche se son passati quattro anni. E come nulla fosse, come se fosse lecito passare dalle cose grandi alle piccole (e viceversa), dopo aver lasciato di leggere a metà una frase che forse trattava del licenziamento disciplinare, inizio ad appuntare frasi, versi, che poco avevano a che fare con quello di cui mi occupavo fino a qualche frazione di secondo prima.
E con certa foga, con un susseguirsi rapido di versi, uno dietro l'altro, come per una specie di fame nello scrivere il verso successivo prima di dimenticarlo, è uscito "John Donne". Come se fosse già fermentato nella testa e avesse fretta di uscire sul foglio prima di essere scordato.
In verità, l'"spirazione" non mi è mai piaciuta anche per un altro motivo. Perché ho sempre preferito e ritenuto migliori le cose nate da un travaglio. All'immediatezza ho sempre preferito la riflessione, il ragionamento, la ponderazione, la selezione. Anche quando mi capita di scrivere, benché non sempre.
Sta di fatto che mi sovvenne John Donne, quel poeta inglese vissuto tra '500 e '600, sentito nominare al liceo e di cui, leggendo molto tempo dopo alcuni versi di T.S. Eliot, avevo creato un'immagine che mi affascinava. Donne aveva scritto di umanità, di spiritualità, di amanti lontani che si ritrovano, di tradimenti. In questo momento però simboleggiava soprattutto l'irrequietezza, l'uomo attraversato da una febbre immateriale. Nessun contatto possibile gli calmava la febbre delle ossa - scrive Eliot.
E in cosa consiste questa febbre? La più celebre poesia di Donne recita: "Nessun uomo è un isola". Quando un uomo muore - scrive Donne -, mi sento diminuito.
Bene, allora questo male, questa inquietudine, questo dolore, è il dolore dell'umanità intera. È il dolore dell'uomo che ama e soffre col genere umano. È il richiamo della propria specie, di cui ci si sente parte. Non isolati, ma collegati.
Parte e tutto si compensano, si completano, pur senza annullarsi a vicenda. Se il Mediterraneo strappa una parte di costa, scriveva il poeta, tutta l'Europa ne risulta ridotta. La morte, la mancanza, la perdita, non riguardano solo il diretto interessato.
Se il mare strappa terra al continente, chi godrebbe sapendo che prima o poi sarà costretto a costruirsi casa su una palafitta?
John Donne, però, è anche il poeta dello scherzo, dell'amore infedele, della carne, appunto. A me piace quando carne e spirito sono blasfemamente la stessa cosa nella poesia. Amare con le ossa, tutto sommato, non è meno profondo che amare con l'anima o col cuore, anzi. A rigor di logica, la carne aggiunge quel tocco di realtà che all'anima sfugge.
Nella chimica, nella materia c'è qualcosa di estremamente poetico a mio avviso. E c'è poesia in ogni forma di umanità. Anche e soprattutto in quella meno apprezzata (la "disumanità").
S.R
S.R
martedì 19 gennaio 2016
Ballata per John Donne
John Donne, penso, era un altro così (…)…conosceva l’angoscia del midollo,
la terzana dello scheletro,
nessun contatto possibile alla carne
gli placava la febbre delle ossa...
(T.S. Eliot)
Proprio non sentiva il ritmo di terzana
traversargli il corpo freddo raggelato
e Dio battergli il petto concavo e vuoto,
ma il mite Mediterraneo strappargli
un ettaro di pelle a ogni secolo
di storia passata con gli uomini
e, quando un guscio vuoto volle
a contenergli il vuoto guscio,
non gli restava scheletro per le larve.
Non sentiva proprio il ritmo di ballata,
ma le campane a festa,
funebre fanfara festosa,
la sposa eterna dell'Amore
e non il canto degli amanti traditori
sbeffeggiare, né Dio battergli il petto
o violentargli l'anima di assilli,
né i cerchi disegnati sulla carta
perché glieli strappava l'onda.
E la dimora che restava,
palafitta sull'Atlantico.
Diventava muta la campana. Ora ancora
suona per le isole sperdute in alto mare,
per gli sfiniti sensi e i bulbi degli occhi
appassiti a superare l'orizzonte.
Si ama anche (epigrafava) col carbonio
delle ossa – ed è così che voglio amare,
uomo, donna, terra, umanità, disumanità...
Disumanità, soprattutto.
giugno 2012Simone Risoli
giovedì 7 gennaio 2016
Finnegans Wake. Motivi di un'ispirazione.
Finnegans Wake è l'ultima opera di James Joyce, la più impegnativa, all'apice dello sperimentalismo letterario che tenne impegnato l'autore per 17 anni. Non è facile quindi parlarne.
Joyce si ispirò alla tradizione popolare irlandese per scrivere un racconto epico sull'origine dell'universo, un racconto biblico e comico allo stesso tempo, che spiega i fenomeni naturali, la formazione dei mari, la nascita dell'uomo attraverso la storia di Finnegan, gigante mitico. e della sua famiglia. La trama del romanzo poetico è, per la verità, molto complessa, intricata, difficile da sciogliere: l'autore, portando alle estreme conseguenze lo sperimentalismo sulla lingua, si abbandona a una ricerca della musicalità, delle parole, della numerologia e della simbologia che assumono un peso maggiore della storia stessa.
Per quanto riguarda i contenuti, però, protagonista indiscusso dell'opera è il tempo. Tempo che passa, che si ferma, che inverte l'ordine di scorrimento, che procede al contrario, che riprende, che si svolge ciclicamente; più di due terzi del racconto sono dominati dal sonno di Finnegan e dal sogno, in cui il tempo, la logica, il linguaggio seguono le loro regole particolari. Il tempo non scorre uguale per Finnegan, il gigante addormentato che nel suo letto-bara sogna l'origine del Cosmo, e i presenti alla sua veglia, che lo vedono fermo, immobile, morto: per loro il tempo è la successione di attimi diversi e interminabili, determinati dal sentimento, dal dolore, scanditi dagli eventi; per Finnegan il tempo è il tempo dell'eterno, in cui un attimo non si distingue dall'altro, trascorrendo con una velocità impressionante. Ma nel sogno di Finnegan la velocità non esiste, il tempo non scorre secondo gli stessi parametri, perché appartiene a un racconto. Per gli altri è morto, e le poche ore della veglia durano infinitamente; ora eterne anche per il lettore, perché piene di eventi, incomprensibili, illogiche, da riempire pagine e pagine, ma allo stesso tempo brevi, perché il racconto lo trasporta, lo affascina e gli alleggerisce il peso.
Pare che Joyce si fosse ispirato alla teoria del tempo di Nietzsche; il tempo non è quello lineare a cui l'uomo è abituato a pensare, ma ciclico; gli eventi prima o poi si ripetono, gli attimi tornano tali e quali. Joyce ricorda che secondo il filosofo illuminista G.B. Vico al tempo degli uomini seguirà il tempo degli dèi. Quest'era non è un'epoca nuova, ma è l'epoca dell'eternità; la quale non significa vita eterna e non ha a che fare con l'aldilà o con una dimensione trascendente. Il tempo dell'eternità è quello in cui gli uomini sanno che nulla procede in una sola direzione per poi non tornare, che nulla nasce e finisce. L'uomo come specie è eterno, si ripete, si replica ciclicamente, muore e rinasce - in my end is my beginning...in my beginning is my end, scrive T.S. Eliot in Burnt Norton.
Tempo che ovviamente non è e non deve essere confuso con quello dell'individuo. Ma credo che il migliore messaggio di speranza sia quello dato dalla capacità di distinguere. Credo che l'"eternità" relativa di cui parla Finnegans Wake sia un meraviglioso messaggio di speranza, perché si tratta di una speranza reale e non di una promessa vaga e irrealizzabile. È una speranza laica e umana.
Tempo che ovviamente non è e non deve essere confuso con quello dell'individuo. Ma credo che il migliore messaggio di speranza sia quello dato dalla capacità di distinguere. Credo che l'"eternità" relativa di cui parla Finnegans Wake sia un meraviglioso messaggio di speranza, perché si tratta di una speranza reale e non di una promessa vaga e irrealizzabile. È una speranza laica e umana.
Il tema del romanzo è proprio la perpetuazione.
Lo stesso protagonista, davanti agli occhi increduli dei presenti, si sveglia. Quello che per gli altri era la sua veglia funebre, per lui è stato sogno, esperienza. Nulla di metafisico o di spirituale però, non si tratta di un'esperienza mistica o extracorporea. C'è invece qualcosa di dissacrante. Dissacrazione e contraddizione. Quella che era veglia per i presenti, si conclude nel modo più paradossale ma logico: durante una veglia si attende il risveglio di un morto, sapendo che mai si potrebbe svegliare. E invece si assiste...proprio a un risveglio! - anche qui: quella che per gli altri è resurrezione, per Finnegan è semplice risveglio. La veglia è di Finnegan, che vive imprese straordinarie, fra cui la sua stessa "rinascita" dal sonno, ed è per Finnegan, vegliato dai parenti incuranti (cosiddetto "genitivo oggettivo"). E come si risveglia l'eroico gigante (se eroico è un uomo che dorme affrontando le impervie foreste del sonno!)? La ballata popolare da cui Joyce trae ispirazione parla della comica resurrezione di un certo Tim Finnegan, muratore abituato a bere whiskey ogni mattina, a cui accadde di cadere da una scala mentre trasportava mattoni. Sbattendo violentemente la testa, Tim sarebbe morto e la sua salma portata a casa e deposta su un letto "con un gallone di whiskey ai piedi ed un barilotto di birra scura al capezzale". Comincia quindi la veglia funebre durante la quale nasce una discussione sulle qualità del defunto che sfocia in rissa generale; accade allora che un bicchiere di whiskey, scagliato da uno dei presenti, colpisce la salma che, d'improvviso, si rianima urlando: "Fate girare come un lampo i vostri cicchetti, che il diavolo vi porti, credevate fossi morto?!".
Risvegliato da un bicchiere di whiskey, quindi (termine che, non a caso, in gaelico antico significa "acqua della vita"). Ed è allora che forma segue la sostanza: al risveglio di Finnegan il romanzo non finisce ma...riprende dall'inizio...
Risvegliato da un bicchiere di whiskey, quindi (termine che, non a caso, in gaelico antico significa "acqua della vita"). Ed è allora che forma segue la sostanza: al risveglio di Finnegan il romanzo non finisce ma...riprende dall'inizio...
mercoledì 6 gennaio 2016
La veglia di Finnegan
sWake:
genitivo oggettivo.
Dorme.
È mezzo vivo
mezzo morto
Come un
gatto in scatola
E
piange-ride di gioioso dolore
Mentre le
nuvole vanno e vengono
Gravide di
semi per la terra in calore.
E la parte
mezza morta chiede
Resurrezione
Tentenna
trema allo sforzo tantrico
Del
risveglio –
I morti ed i
giganti
Si abbassano
per scrutare Finnegan
– Gettàti
tra l’antrace dell’inferno
Vegliano –
E la parte
di me mezza morta chiede
Resurrezione.
Sveglia!
Fermo sulla
porta
mezzo dentro
mezzo fuori ti attende
un lieto
inizio
Finnegan
Finnegan
Finnegan
Finnegan
Finnegan
Simone Risoli
Un'altra introduzione?
Un (altro) blog di poesia?
Forse non ce ne sono mai troppi. Forse non sono poi tutti uguali. Troppe pretese, troppo ambizioso il progetto. Meglio approfittare delle poche pause dal lavoro per riposarsi.
Però, si sa, ognuno si riposa a modo suo e, fintantoché non si fa del male agli altri, tutto è lecito: anche scrivere un altro blog di poesie.
Che poi tanto velleitario non è. Non è la volontà di avere un blog, un altro, di cui farei/faremmo volentieri a meno. Preferiremmo non volerlo. Ma non si può sopprimere la voglia di scrivere.
Che poi voglia non è. Non è solo un bisogno, una liberazione. È un modo di comunicare: col presente (i lettori), col passato (gli Autori) e con me stesso. E quindi è un modo per confrontarsi.
Perché allora "Le città vivibili"? Perché mi pare che l'unico modo per comunicare, per confrontarsi, sia condividere; e non si può condividere tenendo per sé quel che si vuole dire.
Perché proprio "Le città vivibili"? Sono passati diversi anni da quando Calvino pubblicò le Città invisibili, la raccolta di brevi racconti (se non è riduttivo definirli tali) con cui lo scrittore raccontava, rappresentava, sotto forma di narrazione fantastica di Marco Polo a Kublai Khan, le città multiformi e favolose del suo impero. Ogni città raccontava, rappresentava a sua volta un sentimento, uno stato d'animo, una vittoria, un fallimento, un'età, un'aspettativa: una sfumatura della condizione umana. La grande scala di gusci di chiocciola che sente il trascorrere del tempo, il ricordo del suono dei viali affollati, le cupole d'oro dismesse: il sentimento del tempo, la memoria, la vanità, la giovinezza, la nostalgia.
E se quelle città che simboleggiavano qualcosa erano invisibili, inesistenti, o esistenti in un determinato modo solo per chi le aveva vissute e, quindi, esistenti in migliaia di modi diversi (per ciascuno)...quelle a cui penso - che non sono poi molto differenti - sono vivibili: cioè sono possibili, ma multiformi, hanno molti significati...Sono tutte quelle immaginabili.
Ogni esperienza personale o collettiva, storica o limitata, permette di viverle e di descriverle sotto diverse sfaccettature.
Proprio le "Città vivibili", dunque, perché se dovessi, costretto sotto tortura, sputare in faccia al mio carnefice una definizione di poesia, direi che quella, la vecchia Musa, è cercare, raccontare i diversi significati possibili delle cose; è trovare, scoprire nelle cose mille valenze, mille angolature e significati, lasciando che esse simboleggino, rappresentino, raccontino qualcos'altro.
S.R.
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