lunedì 15 febbraio 2016

Il Primo Uomo, parte III (I Migranti)

Pensò a tutti i pesci che aveva lasciato nel mare. I pesci abbandonati nel mare, che volevano scappare dal mare.
Nessuno di loro avrebbe passato sera. Nessuno sarebbe sopravvissuto.
Il mare li avrà inghiottiti ormai, riversandoci sopra tutte le onde del mondo. 
Sepolti. Scappare volevano dal mare che più non li sfamava; e per mare cercavano la fuga: ma il mare, ora, era diventato una tomba.
Aveva lasciato il padre anziano che non più reggevano le sue spalle - ora ricordava quel senso asfittico, quella sensazione di peso insopportabile che sentiva poco prima, come un masso che lo schiacciava, il peso insopportabile dell'aria che gli spalancava i polmoni: non era escrescenza della mente, ma memoria.
Si era sentito annegare mettendo piede sulla terraferma. 
Lasciava le uova deposte, le uova che avrebbe depositato sul fondo un giorno e non depositato mai più; il mare, le onde, gli atomi di idrogeno, l'ossigeno, il cloruro di sodio, le montagne di sabbia e corallo, quelle viste, quelle presenti, quelle che avrebbe vissuto certamente un giorno e che ora, venuto alla terra, non avrebbe più visto, o mai visto. Un senso di nostalgia lo prese per il suo mare.
Duro è passare a nuova vita. Non si resiste con animo leggero. Ma quando di vita si tratta - nuova, vecchia, infangata, pulita - poco importa: il senso che lo spinse - che li spinse - fuggire il mare - la lama di coltello scintillante che li avrebbe passati uno a uno, l'ossigeno che mancava - vale ogni rinuncia.
Vale ogni rinuncia? Una terra arida, una terra, la terra li aspettava.
Scegliere non si poteva. Se scegliere si potesse - inconsapevole pensava - resteremmo.
Nulla vale più del mare, del mare-vita, del mare-casa, del mare-tomba.
Ora si sentiva tradito. Non più il peso sul suo dorso, non più la nostalgia: andare, lasciare, vedere, vivere - vivere in un certo modo - non era un gioco - non erano parole: nulla ha a che fare tutto questo con la poesia.
Le lische disossate dal mare, amico-nemico, casa-lapide, che da un giorno all'altro si era volto in lager, che s'era fatto troppo piccolo e troppo affollato, che li aveva gettati nel mondo per poi gettarli fuori, d'improvviso, con la forza.
Dalla culla alla tomba: my beginning is my end.
Questa è la sorte di quelli che fuggono.
(Questa è la sorte di chi migra. Ma non siamo noi pesci i migratori delle correnti, gli scalatori delle burrasche?).

S.R.

lunedì 8 febbraio 2016

Il Primo Uomo, parte II

E si chiese: "A che tante facelle?".
Ma poi udì il richiamo della fame e volle - fortissimamente volle - con lo stomaco, più che con la testa volle - placare in un boccone la sua fame.
Sapeva che, per qualche strana ragione, l'aria che gli entrava fredda nelle narici e pian piano si riscaldava del suo fiato caldo-umido fino a gonfiargli le costole come uno scorfano davanti al predatore, quell'aria - appunto - non avrebbe più accettato di buon grado l'acqua scorrergli nei bronchi. Andò a tentoni verso la roccia che scorgeva davanti all'acqua salata di mare, trascinandosi con fatica infinita in quella sabbia mobile volatile scorrevole vischiosa. Roccia e sabbia erano stessa cosa; camminava su smeriglio di pietra compatta, ormai scivolosa e distrutta come vetro che precipita e si schianta e si frantuma in atomi.
Il vento, l'onda di tanto sono capaci. Subito dopo i morsi della fame avrebbe dovuto pensare a trovare un riparo. Riparo dall'aria che lo animava, dall'acqua che lo cullava e sfamava se non avesse voluto far la fine della roccia.
Allora cercò di allontanarsi dall'una e dall'altra, ma senza successo. Prese in mano un granello d'aria, scrutò un anelito di acqua e pensò: "Questo mi è utile".

S.R.

domenica 7 febbraio 2016

Il Primo Uomo, parte I

Il mondo gli provocava una strana sensazione di nausea.
Da giorni aveva appoggiato il piede sulla terraferma. Un senso di sprofondamento nella sabbia che si infila ovunque e che sembrava mal sopportare il suo peso. Appena ci si era appoggiato sembrava pesargli quel suo corpo che affondava ovunque e che con gran fatica trascinava per infiniti centimetri da una sponda all'altra della terra. Era come quella volta che sul dorso aveva trasportato la carcassa di un pesce sei volte più grande di lui e, malgrado la spinta della corrente, avvertiva una gravità che lo piombava verso il fondo. Aveva provato quella volta una sensazione simile alla morte - un affaticarsi dei muscoli oltremisura, uno sforzo immane, le forze tentare la fuga e dover resistere. Come quando si tenta una corsa e non reggono più le gambe, ma fermarsi in quel momento significa abbandonarsi a qualcosa di estremamente doloroso, cadere tra le fauci di una belva feroce, sentire i suoi denti affondare nella carne fino ai nervi, picchiare il cranio contro una pietra aguzza, essere schiacciati da una valanga. E allora si continua la corsa, anche se è estenuante, anche se più piacevole sarebbe abbandonarsi alla perdita di ogni senso e lasciarsi cadere, inerti, in una coltre di assenza e dimenticanza del mondo.
Il sonno, la perdita di coscienza sono tanto cari. Ma per averli, un dannato dolore: lo stordimento, l'emicrania, il default dei sensi, la caduta.

S.R.