domenica 20 novembre 2016

Ripensare al tempo sprecato

(di Leonardo Moscati)

Quanto mi piace averlo usato
se non per questo:
per averlo sprecato.
Scrivere qualcosa e poi cancellarla
come fosse un mio segreto
ma andare più in là: dimenticarla.
Fermarmi alla finestra e guardare lontano
quasi ci fosse una musica
da cogliere come un frutto
dal sottofondo.
Aspettare che sopraggiunga un po' di noia
magari un brivido di stanchezza,
aspettare una chiamata da qualsiasi fonte
mettermi in attesa di un segno qualunque,
di un dettaglio da raccontare
magari da falsare, appena appena, il giusto.
Lasciare che una zanzara mi punga
e osservarla, non permettere che fugga.
Chiedermi il perché delle cinque dita
e lasciar correre, non importa.
Canticchiare, sempre lì alla finestra,
la malinconia è questa
scorgere un sorriso triste
che prima o dopo verrà riempito
da labbra carnose, da un rossetto,
su cui scivolerà una lacrima
sporca d'ombretto.
Fingo di portarla via da quel viso
con un gesto della mano
protesa dov'è lo sguardo, lontano.

Leonardo Moscati

sabato 19 novembre 2016

Titoli ipertrofici

Titoli complessi, che condensano il significato del testo oppure testi che dipanano, spiegano, come una carta accartocciata, un titolo all'apparenza inestricabile o misterioso. Oppure testi che contraddicono un titolo che di per sé è già completo, perché esprime un concetto.
Questo rapporto fra titolo complesso e poesia (intesa come testo del componimento) è estremamente affascinante, talvolta geniale. Il titolo stesso è ricercato, poetico. Non è come nel diritto, in cui la rubrica (il titolo della norma) non ha valore prescrittivo, ma solo indicativo: il titolo stesso, invece, è parte della poesia o, addirittura, è una poesia autonoma.
Proprio da una fredda norma di diritto vorrei partire per segnalarvi il fascino del titolo e il suo contributo alla poeticità del testo, soprattutto quando fra testo e titolo c'è conflitto, dicotomia; ma anche quando il testo si scopre una spiegazione, una declinazione del titolo: uno dei mille significati che il poeta vuole dargli, fra gli infiniti significati possibili (spesso scegliendo quello che meglio corrisponde a un suo stato).

Turbata libertà degli incanti (titolo), articolo 353.
Chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, è punito con la reclusione
fino a due anni
e con la multa
da lire duecentomila a due milioni.

Sentite la naturalezza poetica?
Il titolo, quasi-romantico (in senso letterario), attinge alla sfera irrazionale e lascia immaginare scenari diversi. Nel leggere il titolo (leggiadro, soave) si aprono aspettative e orizzonti. Ma quando si scende (una catabasi) al testo (freddo, apatico, giuridichese), il tono incalzante, burocratico, solenne al limite del goffo, contraddice ogni aspettativa, cozza contro ogni naturalezza poetica presente nel titolo.
Ecco, questo contrasto, paradosso, quasi dissacrazione fra titolo e testo è estremamente poetico. Maanche laddove non ci fosse contraddizione, ma spiegazione, disvelamento, in questo rapporto fra titolo che annuncia, cela, nasconde, racchiude (pensate a una poesia ermetica: Soldati, di Ungaretti; agli Xenia di Montale: che cosa sono? Che cosa recano in dono?; il Ringraziamento di Wisława Szymborska, in cui il testo è spiazzante rispetto a un titolo che pare annunciare qualcosa di scontato), un titolo che lascia false speranze, invita ad andare oltre, ad essere capito...mi pare ci sia tanta capacità poetica.