Da giorni aveva appoggiato il piede sulla terraferma. Un senso di sprofondamento nella sabbia che si infila ovunque e che sembrava mal sopportare il suo peso. Appena ci si era appoggiato sembrava pesargli quel suo corpo che affondava ovunque e che con gran fatica trascinava per infiniti centimetri da una sponda all'altra della terra. Era come quella volta che sul dorso aveva trasportato la carcassa di un pesce sei volte più grande di lui e, malgrado la spinta della corrente, avvertiva una gravità che lo piombava verso il fondo. Aveva provato quella volta una sensazione simile alla morte - un affaticarsi dei muscoli oltremisura, uno sforzo immane, le forze tentare la fuga e dover resistere. Come quando si tenta una corsa e non reggono più le gambe, ma fermarsi in quel momento significa abbandonarsi a qualcosa di estremamente doloroso, cadere tra le fauci di una belva feroce, sentire i suoi denti affondare nella carne fino ai nervi, picchiare il cranio contro una pietra aguzza, essere schiacciati da una valanga. E allora si continua la corsa, anche se è estenuante, anche se più piacevole sarebbe abbandonarsi alla perdita di ogni senso e lasciarsi cadere, inerti, in una coltre di assenza e dimenticanza del mondo.
Il sonno, la perdita di coscienza sono tanto cari. Ma per averli, un dannato dolore: lo stordimento, l'emicrania, il default dei sensi, la caduta.
S.R.
Scommetto che hai tratto ispirazione dalla sigla dei Simpsons in cui l'essere vivente Homer si evolve, da trilobita ad homo sapiens, e dopo un peregrinare millenario entra in casa e si siede sul divano a guardare la tv con la famiglia :D
RispondiEliminaOppure da una strana cosa chiamata "evoluzione"!
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