giovedì 28 aprile 2016

Il Primo Uomo, parte IV (I Migranti II)

Il passato è passato. Non si distruggono le macerie, non si muore sui morti.
D'altre parte, si potrebbe pure: nessuno lo esclude, nessuna legge, nessun buon senso. 
Ma la legge di sopravvivenza, la volontà di vivere impone di andare. Chi poi sia veramente a volere, non è dato sapere. Nessuno - in teoria - sopravviverebbe a una catastrofe, anche se sopravvissuto: non è più lui, non è più il mondo, la fatica di essere ancora pesa grandemente.
Ma i più - nella pratica - sopravvivono.
L'aria poco a poco iniziava a non bruciare.
Di aria nuovamente era tornato a occuparsi, del cibo, delle prede da procacciarsi, di un riparo: cose di ogni giorno. Pensò che se fossero stati lì con lui gli altri che non erano sopravvissuti, forse ora glielo avrebbero rimproverato: rimproverato di essere e continuare. Come se continuare - ulteriore fendente al cuore dopo la catastrofe - fosse una colpa. Continuare, a esser franchi, significa mettere una pietra sopra. Significa tornare a pensare all'aria, al cibo, a un riparo: a cose di ogni giorno. E come si può, con che coraggio, con che sprezzo, pensare alle cose di ogni giorni come se nulla fosse stato?
Ma sopravvivere non è una colpa, non è una colpa continuare. Non c'è colpa in fondo nell'aria. Non ce n'è nel cibo, nel cercarsi un riparo. Certamente (invece) c'è tanta inumana forza - inumana? E che vuol mai significare?
Tanta innaturale, forse, forza. E le piante, il cielo, l'aria, la schiuma infranta, la sabbia dell'isola, disarmati dinnanzi a tanta innaturalezza, iniziarono a rimproverargliela.

S.R.

Nessun commento:

Posta un commento