È uno scritto complessissimo, difficile da affrontare, ancora più difficile da continuare. Ad ogni ostacolo – e ce ne sono molti – viene la tentazione di abbandonarlo. Ma chi sceglie di leggerlo sa che si sta addentrando in un terreno impervio. Detto questo, vi sono però diversi modo per affrontarlo, senza necessariamente dedicare ore all’analisi e alla comprensione di ogni singola frase o parola (o, addirittura, segno grafico).
La cognizione del dolore ha molto da dire anche se la
si legge “in superficie”. Spesso si sente dire che la scrittura di Gadda, di
Joyce, di Eliot – la scrittura “sperimentale”, l’avanguardia, l’espressionismo,
il modernismo – non hanno un senso in sé e vanno lette apprezzando il modo
della scrittura più il contenuto. È falso. Tanto più per La
cognizione, che, come si può intuire dal titolo, ha una pretesa di
contenuto molto elevata, da un punto di vista etico, filosofico, umano.
Dietro la scrittura arzigogolata, ora barocca, ora tecnica, esasperata, pedante
si rivela piuttosto chiaramente l’esigenza dell’Autore: parlare del “male
oscuro” e della sua profonda presa di coscienza. La forma complessa, aggrovigliata,
ingarbugliata riflette – come spesso si legge nei manuali – questa esigenza:
l’esigenza, cioè, di parlare di una realtà che è di per sé complessa,
aggrovigliata, impossibile da dipanare – il guazzabuglio del cuore manzoniano
o, secondo la metafora cara a Gadda, la matassa e il groviglio. Per certi
versi, Gadda non sembra molto lontano dai poeti suoi contemporanei: il male di
vivere montaliano e l’impossibile “parola squadrata” per parlare del reale; la
dimensione sepolta di Ungaretti che esce solo attraverso la purezza delle
parole. Ma mentre per gli “ermetici” questa irrazionalità e solitudine si
traduce nello scarno, nel “togliere”, in Gadda avviene il contrario: l’irrazionalità
del mondo e l’incomprensibilità di sé avviene con l’aggiunta, l’enumerazione,
la stratificazione, l’involuzione delle frasi, l’accumulo. Se non puoi dire il
male o la realtà, puoi accumulare le frasi, gli attributi, il disordine: come
quando lo studente impreparato non può far altro che riversare frasi a casaccio
su quello che ricorda della lezione, per dimostrare che un’impronta, un certo
di disordine, una visione caotica di ciò che non ha capito gli è rimasta
comunque appiccicata addosso.
La realtà, per Gadda, è complessa, troppo per poterla capire
o definire con categorie. Va quindi espressa attraverso tutte le sue
manifestazioni. Ma questa inafferrabilità cozza col desiderio di ordine che
viene dall’io (quella che Freud chiamerebbe nevrosi). Da qui il male: il
dolore, come la realtà, è “indicibile”. Ne La cognizione, il male
assillante è una nevrosi che attanaglia Gonzalo e che aleggia nel paesino-fotocopia
della Brianza (per meglio dire: parodia della Brianza). È un male molteplice: è
l’incomunicabilità con gli altri; è la ipocrisia della società borghese; è il
disprezzo per la classe proletaria che vive “a ufo”. Ma è soprattutto il “male
oscuro”, un dolore talmente indicibile che viene raccontato come un male arcano
di cui parlano i libri degli Incas. Un male che nasce dall’io – parola
impronunciabile per Gonzalo! È anche il male della perdita, dell’abbandono: Gonzalo,
alter ego dell’Autore, ha perso il fratello in una guerra inutile (inutile
anche nel nome, che pare una caricatura: la guerra fra Maradagàl e Parapagàl).
Una guerra che richiama la Prima guerra mondiale, in cui Gadda combatté è perse
il fratello. È un male per sé ma soprattutto per la madre, di cui racconta e
immagina il dolore: stupende le pagine di aperture della Seconda Parte, in cui
si descrive la notizia della morte del figlio e il dolore della “cara mamma”.
Questo male porta Gonzalo alla nevrosi e al disprezzo. La
società borghese, col suo fare insensato, alimenta l’irrazionalità della vita.
La classe proletaria, al contrario, non si cura del male, intenta a vivere di
stenti, favori ricevuti, lamenti che hanno il solo scopo di farsi aiutare e tirare
a campare. La madre, l’essere angelico distrutto dal dolore, scatena in lui un
dolore più grande: immaginare il male di lei è la sofferenza più devastante. Ma
al contempo, Gonzalo si rivolge a lei in modo scontroso, irriverente,
sprezzante, aggressivo, sfiorando la violenza, pur consapevole di fare il male
e di amarla. Aspetta il ritorno della cara mamma; il suo tardare o non tornare
gli prefigura il dolore più indicibile: la morte di lei. Ma non le mostra
affetto: l’immagine che offre all’esterno è totalmente contrastante; tantoché
di lui si raccontano gli attacchi di ira verso la mamma e qualcuno arriva a
paventare – lo stesso Autore! – che lui voglia il male di lei, che voglia
liberarsene, che a lui interessino solo le ricchezze.
Il male è anche il fascismo. È difficile non leggere, nelle
lunghissime pagine dedicate al “Nistituo de Vigilancia”, la viltà del regime. Nella
cittadina della Brianza-sudamericana, la sicurezza è affidata a una polizia
corrotta e pigra: a farla da padrone è l’istituto di vigilanza notturna, una
squadra di ronde notturne a cui è demandata la sicurezza delle ville. L’istituto
è affetto dagli stessi vizi della macchina statale, con la quale per certi
versi è un tutt’uno: falsi invalidi che chiedono la pensione, ex reduci incompetenti
etc. Ma soprattutto, l’istituto sembra più intento a “far succedere” i furti
nelle case dei non abbonati al servizio piuttosto che prevenire i reati nelle
altre ville. Puntualmente e inevitabilmente, le case dei non iscritti sono
saccheggiate e messe a soqquadro.
Commistione fra istituto (leggi: partito) e istituzioni; violenze
sui non iscritti; collusione fra le squadre armate e gli organi istituzionali;
pressioni e angherie, minacce velate sui villeggianti: tutto riporta al
fascismo, all’uso privato delle istituzioni, allo squadrismo. Va ricordato che
Gadda, inizialmente affascinato dal fascismo, dal suo vitalismo e dal suo
richiamo all’ordine e disciplina contro la confusione della realtà, riscontrò
proprio nel fascismo quegli stessi mali e vizi da cui voleva liberarsi:
Qui Gadda dipinge una dimensione spesso dimenticata del
regime. Quando si dice che i “soli” difetti del fascismo furono le leggi
razziste e la guerra, si ignora che il fascismo è da sùbito un sistema
corrotto: che imbroglia e falsa le carte a proprio vantaggio; che usa
l’intimidazione con stile mafioso; che usa le istituzioni per scopi personali
ed egoistici; che sguazza nella corruzione e nella mala gestio della cosa
pubblica; che usa la slealtà per farsi strada; che cambia le carte in tavola
per vincere la partita; che arma squadre di teppisti contro cittadini
disarmati. Quello, nella propaganda, è “ordine e coraggio”, nella realtà è corruzione
e vigliaccheria.

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