Finnegans Wake è l'ultima opera di James Joyce, la più impegnativa, all'apice dello sperimentalismo letterario che tenne impegnato l'autore per 17 anni. Non è facile quindi parlarne.
Joyce si ispirò alla tradizione popolare irlandese per scrivere un racconto epico sull'origine dell'universo, un racconto biblico e comico allo stesso tempo, che spiega i fenomeni naturali, la formazione dei mari, la nascita dell'uomo attraverso la storia di Finnegan, gigante mitico. e della sua famiglia. La trama del romanzo poetico è, per la verità, molto complessa, intricata, difficile da sciogliere: l'autore, portando alle estreme conseguenze lo sperimentalismo sulla lingua, si abbandona a una ricerca della musicalità, delle parole, della numerologia e della simbologia che assumono un peso maggiore della storia stessa.
Per quanto riguarda i contenuti, però, protagonista indiscusso dell'opera è il tempo. Tempo che passa, che si ferma, che inverte l'ordine di scorrimento, che procede al contrario, che riprende, che si svolge ciclicamente; più di due terzi del racconto sono dominati dal sonno di Finnegan e dal sogno, in cui il tempo, la logica, il linguaggio seguono le loro regole particolari. Il tempo non scorre uguale per Finnegan, il gigante addormentato che nel suo letto-bara sogna l'origine del Cosmo, e i presenti alla sua veglia, che lo vedono fermo, immobile, morto: per loro il tempo è la successione di attimi diversi e interminabili, determinati dal sentimento, dal dolore, scanditi dagli eventi; per Finnegan il tempo è il tempo dell'eterno, in cui un attimo non si distingue dall'altro, trascorrendo con una velocità impressionante. Ma nel sogno di Finnegan la velocità non esiste, il tempo non scorre secondo gli stessi parametri, perché appartiene a un racconto. Per gli altri è morto, e le poche ore della veglia durano infinitamente; ora eterne anche per il lettore, perché piene di eventi, incomprensibili, illogiche, da riempire pagine e pagine, ma allo stesso tempo brevi, perché il racconto lo trasporta, lo affascina e gli alleggerisce il peso.
Pare che Joyce si fosse ispirato alla teoria del tempo di Nietzsche; il tempo non è quello lineare a cui l'uomo è abituato a pensare, ma ciclico; gli eventi prima o poi si ripetono, gli attimi tornano tali e quali. Joyce ricorda che secondo il filosofo illuminista G.B. Vico al tempo degli uomini seguirà il tempo degli dèi. Quest'era non è un'epoca nuova, ma è l'epoca dell'eternità; la quale non significa vita eterna e non ha a che fare con l'aldilà o con una dimensione trascendente. Il tempo dell'eternità è quello in cui gli uomini sanno che nulla procede in una sola direzione per poi non tornare, che nulla nasce e finisce. L'uomo come specie è eterno, si ripete, si replica ciclicamente, muore e rinasce - in my end is my beginning...in my beginning is my end, scrive T.S. Eliot in Burnt Norton.
Tempo che ovviamente non è e non deve essere confuso con quello dell'individuo. Ma credo che il migliore messaggio di speranza sia quello dato dalla capacità di distinguere. Credo che l'"eternità" relativa di cui parla Finnegans Wake sia un meraviglioso messaggio di speranza, perché si tratta di una speranza reale e non di una promessa vaga e irrealizzabile. È una speranza laica e umana.
Tempo che ovviamente non è e non deve essere confuso con quello dell'individuo. Ma credo che il migliore messaggio di speranza sia quello dato dalla capacità di distinguere. Credo che l'"eternità" relativa di cui parla Finnegans Wake sia un meraviglioso messaggio di speranza, perché si tratta di una speranza reale e non di una promessa vaga e irrealizzabile. È una speranza laica e umana.
Il tema del romanzo è proprio la perpetuazione.
Lo stesso protagonista, davanti agli occhi increduli dei presenti, si sveglia. Quello che per gli altri era la sua veglia funebre, per lui è stato sogno, esperienza. Nulla di metafisico o di spirituale però, non si tratta di un'esperienza mistica o extracorporea. C'è invece qualcosa di dissacrante. Dissacrazione e contraddizione. Quella che era veglia per i presenti, si conclude nel modo più paradossale ma logico: durante una veglia si attende il risveglio di un morto, sapendo che mai si potrebbe svegliare. E invece si assiste...proprio a un risveglio! - anche qui: quella che per gli altri è resurrezione, per Finnegan è semplice risveglio. La veglia è di Finnegan, che vive imprese straordinarie, fra cui la sua stessa "rinascita" dal sonno, ed è per Finnegan, vegliato dai parenti incuranti (cosiddetto "genitivo oggettivo"). E come si risveglia l'eroico gigante (se eroico è un uomo che dorme affrontando le impervie foreste del sonno!)? La ballata popolare da cui Joyce trae ispirazione parla della comica resurrezione di un certo Tim Finnegan, muratore abituato a bere whiskey ogni mattina, a cui accadde di cadere da una scala mentre trasportava mattoni. Sbattendo violentemente la testa, Tim sarebbe morto e la sua salma portata a casa e deposta su un letto "con un gallone di whiskey ai piedi ed un barilotto di birra scura al capezzale". Comincia quindi la veglia funebre durante la quale nasce una discussione sulle qualità del defunto che sfocia in rissa generale; accade allora che un bicchiere di whiskey, scagliato da uno dei presenti, colpisce la salma che, d'improvviso, si rianima urlando: "Fate girare come un lampo i vostri cicchetti, che il diavolo vi porti, credevate fossi morto?!".
Risvegliato da un bicchiere di whiskey, quindi (termine che, non a caso, in gaelico antico significa "acqua della vita"). Ed è allora che forma segue la sostanza: al risveglio di Finnegan il romanzo non finisce ma...riprende dall'inizio...
Risvegliato da un bicchiere di whiskey, quindi (termine che, non a caso, in gaelico antico significa "acqua della vita"). Ed è allora che forma segue la sostanza: al risveglio di Finnegan il romanzo non finisce ma...riprende dall'inizio...
La mia ignoranza ringrazia :)
RispondiEliminaEcco un follower attivo! (Lo so, "follower" è un termine dispregiativo)
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