sabato 19 novembre 2016

Titoli ipertrofici

Titoli complessi, che condensano il significato del testo oppure testi che dipanano, spiegano, come una carta accartocciata, un titolo all'apparenza inestricabile o misterioso. Oppure testi che contraddicono un titolo che di per sé è già completo, perché esprime un concetto.
Questo rapporto fra titolo complesso e poesia (intesa come testo del componimento) è estremamente affascinante, talvolta geniale. Il titolo stesso è ricercato, poetico. Non è come nel diritto, in cui la rubrica (il titolo della norma) non ha valore prescrittivo, ma solo indicativo: il titolo stesso, invece, è parte della poesia o, addirittura, è una poesia autonoma.
Proprio da una fredda norma di diritto vorrei partire per segnalarvi il fascino del titolo e il suo contributo alla poeticità del testo, soprattutto quando fra testo e titolo c'è conflitto, dicotomia; ma anche quando il testo si scopre una spiegazione, una declinazione del titolo: uno dei mille significati che il poeta vuole dargli, fra gli infiniti significati possibili (spesso scegliendo quello che meglio corrisponde a un suo stato).

Turbata libertà degli incanti (titolo), articolo 353.
Chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, è punito con la reclusione
fino a due anni
e con la multa
da lire duecentomila a due milioni.

Sentite la naturalezza poetica?
Il titolo, quasi-romantico (in senso letterario), attinge alla sfera irrazionale e lascia immaginare scenari diversi. Nel leggere il titolo (leggiadro, soave) si aprono aspettative e orizzonti. Ma quando si scende (una catabasi) al testo (freddo, apatico, giuridichese), il tono incalzante, burocratico, solenne al limite del goffo, contraddice ogni aspettativa, cozza contro ogni naturalezza poetica presente nel titolo.
Ecco, questo contrasto, paradosso, quasi dissacrazione fra titolo e testo è estremamente poetico. Maanche laddove non ci fosse contraddizione, ma spiegazione, disvelamento, in questo rapporto fra titolo che annuncia, cela, nasconde, racchiude (pensate a una poesia ermetica: Soldati, di Ungaretti; agli Xenia di Montale: che cosa sono? Che cosa recano in dono?; il Ringraziamento di Wisława Szymborska, in cui il testo è spiazzante rispetto a un titolo che pare annunciare qualcosa di scontato), un titolo che lascia false speranze, invita ad andare oltre, ad essere capito...mi pare ci sia tanta capacità poetica.

venerdì 2 settembre 2016

Verbannt

Splendida la corazza di ombre di fango,
corone di spine che annusa
profumano di fasto: aspetta il corvo
passare ultimo
ad annunciargli un nuovo giorno.
Siede in un angolo di stanza,
di stanza soldati
sul filo della notte
a sorvegliargli il sonno.
Il suo scudiero è ancora alla meta.

Aspetta.
Nel suo mantello azzurro scialbo,
vede un passare di piccioni bianchi
sui banchi di mare:
vanno...

E, mentre a Itaca si brinda,
fermo, immobile, sta,
ma ha il piede già piantato a domani.

Simone Risoli

giovedì 28 aprile 2016

Il Primo Uomo, parte IV (I Migranti II)

Il passato è passato. Non si distruggono le macerie, non si muore sui morti.
D'altre parte, si potrebbe pure: nessuno lo esclude, nessuna legge, nessun buon senso. 
Ma la legge di sopravvivenza, la volontà di vivere impone di andare. Chi poi sia veramente a volere, non è dato sapere. Nessuno - in teoria - sopravviverebbe a una catastrofe, anche se sopravvissuto: non è più lui, non è più il mondo, la fatica di essere ancora pesa grandemente.
Ma i più - nella pratica - sopravvivono.
L'aria poco a poco iniziava a non bruciare.
Di aria nuovamente era tornato a occuparsi, del cibo, delle prede da procacciarsi, di un riparo: cose di ogni giorno. Pensò che se fossero stati lì con lui gli altri che non erano sopravvissuti, forse ora glielo avrebbero rimproverato: rimproverato di essere e continuare. Come se continuare - ulteriore fendente al cuore dopo la catastrofe - fosse una colpa. Continuare, a esser franchi, significa mettere una pietra sopra. Significa tornare a pensare all'aria, al cibo, a un riparo: a cose di ogni giorno. E come si può, con che coraggio, con che sprezzo, pensare alle cose di ogni giorni come se nulla fosse stato?
Ma sopravvivere non è una colpa, non è una colpa continuare. Non c'è colpa in fondo nell'aria. Non ce n'è nel cibo, nel cercarsi un riparo. Certamente (invece) c'è tanta inumana forza - inumana? E che vuol mai significare?
Tanta innaturale, forse, forza. E le piante, il cielo, l'aria, la schiuma infranta, la sabbia dell'isola, disarmati dinnanzi a tanta innaturalezza, iniziarono a rimproverargliela.

S.R.

Labyrinthos

Assonnato dormo
un'altra notte;
sveglio vado
pavido per le strade
e i meandri della mente;
lungo, il verso sconfina
oltre il bordo della pagina,
attaccato dalla morsa di cesoie,
canto di sirena,
lingua di fumo che lecca l'atmosfera,
cade debole
come il diamante. La sua luce
è nei cristalli infiniti
frammenti multicolori.

E mentre è primavera nell'aria,
il freddo febbrile attanaglia le carni:
verde muore l'erba,
verde l'erba nasce.

aprile 2016
Simone Risoli

lunedì 11 aprile 2016

(Ho appena appoggiato la porta)

Ho appena appoggiato la porta
lasciandoti andare,
senza vederti voltare.

Si aspetta un secondo di solito
o  sesto di secolo prima di svolgere
indietro lo sguardo
alla soglia usurata,
la fronte bagnata,
accartocciata e pesante.

Livida la notte e leggera,
la luna a passo di ballata lenta
avanza; la luna,
quel pensile oggetto
sputato nel cielo
da un dio senza tempo
che mai ebbe tempo di appianarle i crateri;
e ora crateri più grandi mi trivella
fra falange e falange ogni scelta.

Andare, restare, partire…

Casa è il luogo a cui si torna.
E resto, solo e pensoso,
in questo angolo di sfera distante.
S’ama solo quel che si teme
o non si possiede.

Casa è il luogo da cui si parte.
Un dì, se non andrai sempre fuggendo
di gente in gente,
ancora qui mi troverai,
a cambiare il mondo.
Ma avrò scelto d’andare
e mai saremo
sullo stesso parallelo.

2015-2016
Simone Risoli

domenica 6 marzo 2016

Al mondo, di Andrea Zanzotto

Breve nota introduttiva: sono contento di accogliere l'intervento di Leonardo, una libera pietra posata-spostata-sollevata ne Le Città vivibili. Buona lettura a tutti!


Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, munchhausen.


Questa è una preghiera. Questa è la preghiera. La preghiera di chi chiede al mondo questo: esistere. Mondo, sii. E già che ci sei, sii buono. È la preghiera disperata, allucinata, la preghiera di un drogato che, perso nell’ebbrezza, fatto fino all’ultimo suo atomo, piange e vomita e barcolla: vuole uscirne, vuole smettere, vuole tornare al mondo e rinascere. È la preghiera di chi non ha nulla da perdere perché non ha nulla. È la preghiera di Budda che, esausto, prossimo al suicidio della sua razionalità, pronto a riconoscere l’incommensurabilità tra mente e mondo, chiede sinceramente per la prima volta: fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto. È la preghiera di tutti quelli che al mattino, ogni giorno, hanno il fegato di “guardarsi allo specchio”. È la nostra preghiera, una preghiera vera, ironica e spaccona. È una preghiera peccaminosa. È la vera cura: “la reciti una volta al giorno” dovrebbe dire il prete o il medico.
Chi recita questa preghiera, a ben guardare, ha solo una cosa: il proprio “esistere psichicamente”. Su bravo, esisti, non accartocciarti in te stesso, in me stesso. E non vuole, non vuole proprio che tutto si limiti a quello. Qui il cogito, tanto caro a Cartesio come base per ogni fottuta certezza, non è altro che la base di una sola certezza: l’incertezza. Io pensavo che il mondo così concepito […] fosse soltanto un io male fantasticante male fantasticato mal pagato. Con questi pensieri il Budda che è in noi trema e “pace non ha ma non ha da far guerra”. Trema perché c’è il rischio che il mondo non funzioni, che sia solo una proiezione della mente; c’è la possibilità che nessuno si ricordi della nostra esistenza, che nessuno provi a connettersi sulla nostra lunghezza d’onda. Trema perché per caso o necessità il mondo potrebbe non esistere. La guerra in effetti c’è: è la guerra con noi stessi, sotto l’albero di Bodhi, per uscire dal proprio io male fantasticante e trovare un appiglio, concreto, reale.
Questo appiglio esiste. Esiste anche in questa stessa poesia. Chi recita questa preghiera disperata è perché in fondo sa che un appiglio c’è. Un frammento nel mondo è possibile averlo, costruirlo. E alle volte è il frammento stesso che si ricorda di noi e ci risveglia, se solo noi ci mettiamo seduti sotto un albero di fico, con la postura da meditazione, e apriamo il nostro esistere psichicamente a quel frammento. Lo inglobiamo. Lo assorbiamo tenendolo al caldo. Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere. Sia fatta la tua volontà. Ma non nel senso che puoi fare quel cazzo che ti pare e a me andrà bene tutto perché sei onnipotente. Tu devi existere o desistere o obsistere. Non mi importa. Lasciami il mio frammento, questo m’importa. Non sottrarmelo. Io in fondo credo in te, anche se non ne ho le prove. Credo in te perché altrimenti non ti rivolgerei una preghiera, pur senza fede. Il congegno abbia gioco. Mi son già messo sulla strada, siamo già in cammino. Tu lasciamici. Non mi sfiorare. Non ti accartocciare in me stesso. Questo dev’essere il nostro patto, mondo. Ci diamo una chance a vicenda, io la do a te e tu a me. Facciamo buonamente un po’. Ci incontriamo una volta sola. Solo una. Ci incontriamo una volta sola, ontologicamente. Poi non ci vediamo più. Io per la mia strada e tu per la tua. Non mi interessa più se esisti. Tu sei bello, sei santo e santificato. Ma io voglio che tu ti faccia a lato, a lato. Voglio che mi lasci con il mio frammento, con il mio appiglio, con ciò che mi ricorda che esisto. Tu mi sei servito, mondo, ma solo all’inizio. E tu pure ti sei servito di me, come un buffet. Siamo pari.
Su bello, su.

Su munchausen.

Leonardo Moscati