giovedì 6 agosto 2020

Impressioni su "Come si aspettano le ore"

Ospito con grandissimo piacere la prima "recensione"/riflessione sulla raccolta Come si aspettano le ore, riflessione scritta da Gennaro Rega, attivissimo lettore e redattore su Riviste online come Minima&Moralia e La Ricerca.
Chiunque volesse leggere la raccolta (e scrivermi alcune sue considerazioni) trova il libro qui: Come si aspettano le ore.
Buona lettura!

***

Impressioni su Come si aspettano le ore.


Le due esplicite citazioni del Prologo (“secondo Kierkegaard, la scelta è un salto nel baratro. Ma secondo Sartre, la scelta è anche responsabilità”)  inquadrano la scelta rischiosa e responsabile di Simone di voler perseverare nel discorso poetico. 
Come si aspettano le ore è un textus cioè un tessuto finemente lavorato tramato da un’unità parlante che osserva, discute, riflette, giudica una variegata, anche se quotidiana fenomenologia esistenziale ed è in grado di “raschiare dalla sabbia l’oceano”. Questa voce ora appare lontana e smarrita, ora ricerca e ritrova la sua umanità e l’esigenza di confrontarsi e rispecchiarsi nell’Altro. Questa voce si sostiene offrendo un controcanto di citazioni dai poeti più amati (Ossi di seppia, Quando morendo un mattino d’estate, Dicono che è stato meglio partire, Ti libero la fronte dai pensieri, con stilemi montaliani fin dal titolo; oppure lo spleen baudeleriano personificato in Spleen e l’ardore; o i riverberi dei classici latini come in La traversata è un intoppo). 
L’io poetante per scelta deliberata si rappresenta all’interno di una vita appartata e intessuta di semplici cose e di semplici gesti. Eppure la esprime spesso con un’ alta temperatura stilistica, sostenuta da una accorta padronanza formale e da assonanze di rime sparse nei testi quasi con pudore.
Le prime poesie della raccolta (E adesso andiamo tu ed io; La sepoltura dei morti; Ossi di seppia; Spleen e il reale; Mezzanotte; Adesso so che sei una Lucrezia; Quando morendo un mattino d’estate) evocano una morte, una assenza di chi ha avuto un ruolo decisivo per Simone e ne è stata il nume protettore, il “diamante” che lo ha forgiato. 
Poi questo vuoto con Siccità (“un altro futuro è possibile”), è destinato a ridursi, “perché la cognizione del dolore si interseca/ col lavorio dell’algebra/ e non lo soppianta”, si constata in Esistere poeticamente. A Giovanna contiene un appassionato manifesto di vita, colto icasticamente nei versi “la tensione alle cose infinite prevede l’eterno iniziare,/ col terrore di concludere e il tremore di non arrivare”. La donna amata incarna il mito della fuggente Atalanta. Così in Esistere poeticamente (“l’amante non prenderà mai l’amata,/ ma la avrà per sempre”). Oppure in Canto quasi d’amore (“ti inseguirei anche sotto la grandine”). 
Struggenti sono le parole che vorrebbero rinviare la perdita, la separazione, dopo aver sfiorato il corpo desiderato. In Ti rivedo laddove spicca “il gesto morbido con cui tieni le coperte/ aspetta la stretta di ogni mattina”; in Una casa piena di cioccolata, elegiacamente  singhiozza : “Ora ti aspetto come si aspettano le ore  e quello che deve venire, come sempre ho aspettato anche le cose insignificanti, che oggi sono di piombo” . 
Fino a cristallizzarsi in una sorta di “terzo paesaggio” che contiene “nostalgia del presente”, “nostalgia del passato” e “frantumi” di una lente che non permettono di intravvedere un nuovo orizzonte.
La poesia più sfuggente è forse D’estate, di notte, avrei spergiurato. Il corpo è la mente. La mente è il corpo. Con sottigliezza giuridica, l’autore sfugge al dilemma e da spergiuro promette una risposta dirimente che non è ancora in grado di dare.
Ma sapremo aspettare le tue “nuove” ore, Simone!

Gennaro Rega





martedì 28 luglio 2020

Come si aspettano le ore

Un saluto a tutti.
Da oggi, testi inediti e poesie comparse anche in questo blog sono finalmente un libro!
Per quanto sia un gesto "semplice", è sempre un atto significativo: permette a chi scrive di confrontarsi con gli altri.
La raccolta Come si aspettano le ore è disponibile qui, in formato ebook, perciò immediatamente reperibile e leggibile con un click (tanto per continuare il discorso virtuale). Una poesia travagliata ma immediatamente fruibile: c'è qualcosa di interessante in questo...



mercoledì 13 maggio 2020

Che cosa ha da dirci ancora Gadda



    È uno scritto complessissimo, difficile da affrontare, ancora più difficile da continuare. Ad ogni ostacolo – e ce ne sono molti – viene la tentazione di abbandonarlo. Ma chi sceglie di leggerlo sa che si sta addentrando in un terreno impervio. Detto questo, vi sono però diversi modo per affrontarlo, senza necessariamente dedicare ore all’analisi e alla comprensione di ogni singola frase o parola (o, addirittura, segno grafico).
    La cognizione del dolore ha molto da dire anche se la si legge “in superficie”. Spesso si sente dire che la scrittura di Gadda, di Joyce, di Eliot – la scrittura “sperimentale”, l’avanguardia, l’espressionismo, il modernismo – non hanno un senso in sé e vanno lette apprezzando il modo della scrittura più il contenuto. È falso. Tanto più per La cognizione, che, come si può intuire dal titolo, ha una pretesa di contenuto molto elevata, da un punto di vista etico, filosofico, umano. Dietro la scrittura arzigogolata, ora barocca, ora tecnica, esasperata, pedante si rivela piuttosto chiaramente l’esigenza dell’Autore: parlare del “male oscuro” e della sua profonda presa di coscienza. La forma complessa, aggrovigliata, ingarbugliata riflette – come spesso si legge nei manuali – questa esigenza: l’esigenza, cioè, di parlare di una realtà che è di per sé complessa, aggrovigliata, impossibile da dipanare – il guazzabuglio del cuore manzoniano o, secondo la metafora cara a Gadda, la matassa e il groviglio. Per certi versi, Gadda non sembra molto lontano dai poeti suoi contemporanei: il male di vivere montaliano e l’impossibile “parola squadrata” per parlare del reale; la dimensione sepolta di Ungaretti che esce solo attraverso la purezza delle parole. Ma mentre per gli “ermetici” questa irrazionalità e solitudine si traduce nello scarno, nel “togliere”, in Gadda avviene il contrario: l’irrazionalità del mondo e l’incomprensibilità di sé avviene con l’aggiunta, l’enumerazione, la stratificazione, l’involuzione delle frasi, l’accumulo. Se non puoi dire il male o la realtà, puoi accumulare le frasi, gli attributi, il disordine: come quando lo studente impreparato non può far altro che riversare frasi a casaccio su quello che ricorda della lezione, per dimostrare che un’impronta, un certo di disordine, una visione caotica di ciò che non ha capito gli è rimasta comunque appiccicata addosso.
    La realtà, per Gadda, è complessa, troppo per poterla capire o definire con categorie. Va quindi espressa attraverso tutte le sue manifestazioni. Ma questa inafferrabilità cozza col desiderio di ordine che viene dall’io (quella che Freud chiamerebbe nevrosi). Da qui il male: il dolore, come la realtà, è “indicibile”. Ne La cognizione, il male assillante è una nevrosi che attanaglia Gonzalo e che aleggia nel paesino-fotocopia della Brianza (per meglio dire: parodia della Brianza). È un male molteplice: è l’incomunicabilità con gli altri; è la ipocrisia della società borghese; è il disprezzo per la classe proletaria che vive “a ufo”. Ma è soprattutto il “male oscuro”, un dolore talmente indicibile che viene raccontato come un male arcano di cui parlano i libri degli Incas. Un male che nasce dall’io – parola impronunciabile per Gonzalo! È anche il male della perdita, dell’abbandono: Gonzalo, alter ego dell’Autore, ha perso il fratello in una guerra inutile (inutile anche nel nome, che pare una caricatura: la guerra fra Maradagàl e Parapagàl). Una guerra che richiama la Prima guerra mondiale, in cui Gadda combatté è perse il fratello. È un male per sé ma soprattutto per la madre, di cui racconta e immagina il dolore: stupende le pagine di aperture della Seconda Parte, in cui si descrive la notizia della morte del figlio e il dolore della “cara mamma”.
   Questo male porta Gonzalo alla nevrosi e al disprezzo. La società borghese, col suo fare insensato, alimenta l’irrazionalità della vita. La classe proletaria, al contrario, non si cura del male, intenta a vivere di stenti, favori ricevuti, lamenti che hanno il solo scopo di farsi aiutare e tirare a campare. La madre, l’essere angelico distrutto dal dolore, scatena in lui un dolore più grande: immaginare il male di lei è la sofferenza più devastante. Ma al contempo, Gonzalo si rivolge a lei in modo scontroso, irriverente, sprezzante, aggressivo, sfiorando la violenza, pur consapevole di fare il male e di amarla. Aspetta il ritorno della cara mamma; il suo tardare o non tornare gli prefigura il dolore più indicibile: la morte di lei. Ma non le mostra affetto: l’immagine che offre all’esterno è totalmente contrastante; tantoché di lui si raccontano gli attacchi di ira verso la mamma e qualcuno arriva a paventare – lo stesso Autore! – che lui voglia il male di lei, che voglia liberarsene, che a lui interessino solo le ricchezze.
   Il male è anche il fascismo. È difficile non leggere, nelle lunghissime pagine dedicate al “Nistituo de Vigilancia”, la viltà del regime. Nella cittadina della Brianza-sudamericana, la sicurezza è affidata a una polizia corrotta e pigra: a farla da padrone è l’istituto di vigilanza notturna, una squadra di ronde notturne a cui è demandata la sicurezza delle ville. L’istituto è affetto dagli stessi vizi della macchina statale, con la quale per certi versi è un tutt’uno: falsi invalidi che chiedono la pensione, ex reduci incompetenti etc. Ma soprattutto, l’istituto sembra più intento a “far succedere” i furti nelle case dei non abbonati al servizio piuttosto che prevenire i reati nelle altre ville. Puntualmente e inevitabilmente, le case dei non iscritti sono saccheggiate e messe a soqquadro.
   Commistione fra istituto (leggi: partito) e istituzioni; violenze sui non iscritti; collusione fra le squadre armate e gli organi istituzionali; pressioni e angherie, minacce velate sui villeggianti: tutto riporta al fascismo, all’uso privato delle istituzioni, allo squadrismo. Va ricordato che Gadda, inizialmente affascinato dal fascismo, dal suo vitalismo e dal suo richiamo all’ordine e disciplina contro la confusione della realtà, riscontrò proprio nel fascismo quegli stessi mali e vizi da cui voleva liberarsi:
   Qui Gadda dipinge una dimensione spesso dimenticata del regime. Quando si dice che i “soli” difetti del fascismo furono le leggi razziste e la guerra, si ignora che il fascismo è da sùbito un sistema corrotto: che imbroglia e falsa le carte a proprio vantaggio; che usa l’intimidazione con stile mafioso; che usa le istituzioni per scopi personali ed egoistici; che sguazza nella corruzione e nella mala gestio della cosa pubblica; che usa la slealtà per farsi strada; che cambia le carte in tavola per vincere la partita; che arma squadre di teppisti contro cittadini disarmati. Quello, nella propaganda, è “ordine e coraggio”, nella realtà è corruzione e vigliaccheria.

sabato 3 marzo 2018

Disgelo

Qui pioviggina e lentamente si scioglie
la voglia di vivere
che ricopriva le strade.
Le cose lontane tornano a vedersi
a vicinanza impressionabile
e giunchi che erano pinnacoli di sale dolce
sono rimasti di ghiaccio.
Abbandonàti al ricordo di cose andate
e lasciati alle cose che saranno,
le quali, come zucchero salato,
di notte si infiltrano nelle nostre ferite.

S.R.

3/3/2018

venerdì 25 agosto 2017

Inni alla notte

Forse perché della melodia inaudita
della notte nulla sai
e ti trascini tra lampioni spenti,
in periferie sporche,
fra mercenari di erotiche sostanze
stupefacenti;
e della notte nulla conosci,
se non gli spari
che a volte rintoccano sui crani
di sfortunati passanti.
La sorte - mala o bona -
non è fiato di voce
che significhi qualcosa
negli angoli di strada.
Felicità infetta gli amori consumati
sui cigli dei marciapiedi
e nei tuffi dei canali sporchi
di catrame.
E chi la afferra nelle pieghe della notte,
nelle pause della mente,
rovistando tra l'io-penso,
cerca e trova pace
negli anfratti
dove il mare s'alza in gran burrasca.

S.R.

domenica 25 giugno 2017

Siccità

Ho il giardino pieno di lucciole.
Finita l'acqua per annaffiare il campo,
siamo pronti per la lunga e calda giornata:
l'importante è reprimere il dissenso.
Arso il deserto del giardino:
comunque, sto ancora aspettando che piova.

Nemmeno un battere d'ali si sente.
Ma ho sentito un tuono.
Il grizzly di Yellowstone rimosso dalle specie a rischio:
un altro futuro è possibile.

S.R.

mercoledì 14 giugno 2017

A Giovanna

E adesso che è reciso
anche l'ultimo spago,
torno al mio solito viaggio
fra mari aperti e sconosciute sponde.
Forse per questo
amo le opere incompiute.
Posare l'ultima pietra ha sempre
un'aria tombale;
spesso più facile è disseminare
di piccoli grani la strada
che mai nessuno riuscirà a ritrovare.
Perché la tensione alle cose infinite
prevede l'eterno iniziare,
col terrore di chiudere
e il tremore di non arrivare.
È inumano spiegare all'orizzonte le vele
e fuggire
quando lo si vede avanzare.
Per questo mi muovo fra perdita e profitto
e li sposo con identico ardore
e li attendo con lo stesso timore.

sabato 10 giugno 2017

Isole

Scricchiola la sabbia sotto le zampe.
Due isole sole non possono stare
in attesa della schiuma;
le onde strappano brandelli di pelle
e li conciano come armature
flessibili alle frecce.
Non sarà certo un ponte gettato
fra desolate sponde
a cementare l'instabilità
che ci sorregge,
ma vale tentare.
Insegnami l'architettura del mare
dell'infinito
della paura,
insegnami a stare e non-stare:
sostare si addice alle rocce
e noi isole siamo lente navi
sul mantello dei mari.
Catena non ci lega alle fondamenta
del tempo,
ma ad ogni istante
come opliti
fianco a fianco.
Prendimi allora come un ponte per mano,
ché precipitare assieme non è più rovina,
ma eroica impresa esistenziale.

10/10/2017

mercoledì 19 aprile 2017

Verrà la morte

Verrà la morte
e non ci sarà niente da fare,
se non restare ad occhi aperti
ad aspettare il mondo passare,
sempre uguale,
ché poco cambia dove si posi,
sopra i miei occhi spenti o su altri.

Lo statico muoversi delle stagioni
sentirà il mondo incedere,
ma non noi.
Confondo predicati e soggetti, lo so:
immobile come una mosca
che sui suoi vitrei occhi
vede risplendere infiniti mondi
che non vede,
ramingo nella realtà,
fermo nel moto sarò,
più specchio che creatore di cose.

sabato 11 febbraio 2017

Agorà

Danza
a passo zoppicante di valzer.
E quando ti è accanto
palpita, irregolare, e sembra
- un due tre un due tre -
come l'altra rotaia dei binari
un compagno assente,
che ti tradisce per tre denari:
il respiro.

S.R.

domenica 20 novembre 2016

Ripensare al tempo sprecato

(di Leonardo Moscati)

Quanto mi piace averlo usato
se non per questo:
per averlo sprecato.
Scrivere qualcosa e poi cancellarla
come fosse un mio segreto
ma andare più in là: dimenticarla.
Fermarmi alla finestra e guardare lontano
quasi ci fosse una musica
da cogliere come un frutto
dal sottofondo.
Aspettare che sopraggiunga un po' di noia
magari un brivido di stanchezza,
aspettare una chiamata da qualsiasi fonte
mettermi in attesa di un segno qualunque,
di un dettaglio da raccontare
magari da falsare, appena appena, il giusto.
Lasciare che una zanzara mi punga
e osservarla, non permettere che fugga.
Chiedermi il perché delle cinque dita
e lasciar correre, non importa.
Canticchiare, sempre lì alla finestra,
la malinconia è questa
scorgere un sorriso triste
che prima o dopo verrà riempito
da labbra carnose, da un rossetto,
su cui scivolerà una lacrima
sporca d'ombretto.
Fingo di portarla via da quel viso
con un gesto della mano
protesa dov'è lo sguardo, lontano.

Leonardo Moscati

sabato 19 novembre 2016

Titoli ipertrofici

Titoli complessi, che condensano il significato del testo oppure testi che dipanano, spiegano, come una carta accartocciata, un titolo all'apparenza inestricabile o misterioso. Oppure testi che contraddicono un titolo che di per sé è già completo, perché esprime un concetto.
Questo rapporto fra titolo complesso e poesia (intesa come testo del componimento) è estremamente affascinante, talvolta geniale. Il titolo stesso è ricercato, poetico. Non è come nel diritto, in cui la rubrica (il titolo della norma) non ha valore prescrittivo, ma solo indicativo: il titolo stesso, invece, è parte della poesia o, addirittura, è una poesia autonoma.
Proprio da una fredda norma di diritto vorrei partire per segnalarvi il fascino del titolo e il suo contributo alla poeticità del testo, soprattutto quando fra testo e titolo c'è conflitto, dicotomia; ma anche quando il testo si scopre una spiegazione, una declinazione del titolo: uno dei mille significati che il poeta vuole dargli, fra gli infiniti significati possibili (spesso scegliendo quello che meglio corrisponde a un suo stato).

Turbata libertà degli incanti (titolo), articolo 353.
Chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, è punito con la reclusione
fino a due anni
e con la multa
da lire duecentomila a due milioni.

Sentite la naturalezza poetica?
Il titolo, quasi-romantico (in senso letterario), attinge alla sfera irrazionale e lascia immaginare scenari diversi. Nel leggere il titolo (leggiadro, soave) si aprono aspettative e orizzonti. Ma quando si scende (una catabasi) al testo (freddo, apatico, giuridichese), il tono incalzante, burocratico, solenne al limite del goffo, contraddice ogni aspettativa, cozza contro ogni naturalezza poetica presente nel titolo.
Ecco, questo contrasto, paradosso, quasi dissacrazione fra titolo e testo è estremamente poetico. Maanche laddove non ci fosse contraddizione, ma spiegazione, disvelamento, in questo rapporto fra titolo che annuncia, cela, nasconde, racchiude (pensate a una poesia ermetica: Soldati, di Ungaretti; agli Xenia di Montale: che cosa sono? Che cosa recano in dono?; il Ringraziamento di Wisława Szymborska, in cui il testo è spiazzante rispetto a un titolo che pare annunciare qualcosa di scontato), un titolo che lascia false speranze, invita ad andare oltre, ad essere capito...mi pare ci sia tanta capacità poetica.

venerdì 2 settembre 2016

Verbannt

Splendida la corazza di ombre di fango,
corone di spine che annusa
profumano di fasto: aspetta il corvo
passare ultimo
ad annunciargli un nuovo giorno.
Siede in un angolo di stanza,
di stanza soldati
sul filo della notte
a sorvegliargli il sonno.
Il suo scudiero è ancora alla meta.

Aspetta.
Nel suo mantello azzurro scialbo,
vede un passare di piccioni bianchi
sui banchi di mare:
vanno...

E, mentre a Itaca si brinda,
fermo, immobile, sta,
ma ha il piede già piantato a domani.

Simone Risoli

giovedì 28 aprile 2016

Il Primo Uomo, parte IV (I Migranti II)

Il passato è passato. Non si distruggono le macerie, non si muore sui morti.
D'altre parte, si potrebbe pure: nessuno lo esclude, nessuna legge, nessun buon senso. 
Ma la legge di sopravvivenza, la volontà di vivere impone di andare. Chi poi sia veramente a volere, non è dato sapere. Nessuno - in teoria - sopravviverebbe a una catastrofe, anche se sopravvissuto: non è più lui, non è più il mondo, la fatica di essere ancora pesa grandemente.
Ma i più - nella pratica - sopravvivono.
L'aria poco a poco iniziava a non bruciare.
Di aria nuovamente era tornato a occuparsi, del cibo, delle prede da procacciarsi, di un riparo: cose di ogni giorno. Pensò che se fossero stati lì con lui gli altri che non erano sopravvissuti, forse ora glielo avrebbero rimproverato: rimproverato di essere e continuare. Come se continuare - ulteriore fendente al cuore dopo la catastrofe - fosse una colpa. Continuare, a esser franchi, significa mettere una pietra sopra. Significa tornare a pensare all'aria, al cibo, a un riparo: a cose di ogni giorno. E come si può, con che coraggio, con che sprezzo, pensare alle cose di ogni giorni come se nulla fosse stato?
Ma sopravvivere non è una colpa, non è una colpa continuare. Non c'è colpa in fondo nell'aria. Non ce n'è nel cibo, nel cercarsi un riparo. Certamente (invece) c'è tanta inumana forza - inumana? E che vuol mai significare?
Tanta innaturale, forse, forza. E le piante, il cielo, l'aria, la schiuma infranta, la sabbia dell'isola, disarmati dinnanzi a tanta innaturalezza, iniziarono a rimproverargliela.

S.R.

Labyrinthos

Assonnato dormo
un'altra notte;
sveglio vado
pavido per le strade
e i meandri della mente;
lungo, il verso sconfina
oltre il bordo della pagina,
attaccato dalla morsa di cesoie,
canto di sirena,
lingua di fumo che lecca l'atmosfera,
cade debole
come il diamante. La sua luce
è nei cristalli infiniti
frammenti multicolori.

E mentre è primavera nell'aria,
il freddo febbrile attanaglia le carni:
verde muore l'erba,
verde l'erba nasce.

aprile 2016
Simone Risoli

lunedì 11 aprile 2016

(Ho appena appoggiato la porta)

Ho appena appoggiato la porta
lasciandoti andare,
senza vederti voltare.

Si aspetta un secondo di solito
o  sesto di secolo prima di svolgere
indietro lo sguardo
alla soglia usurata,
la fronte bagnata,
accartocciata e pesante.

Livida la notte e leggera,
la luna a passo di ballata lenta
avanza; la luna,
quel pensile oggetto
sputato nel cielo
da un dio senza tempo
che mai ebbe tempo di appianarle i crateri;
e ora crateri più grandi mi trivella
fra falange e falange ogni scelta.

Andare, restare, partire…

Casa è il luogo a cui si torna.
E resto, solo e pensoso,
in questo angolo di sfera distante.
S’ama solo quel che si teme
o non si possiede.

Casa è il luogo da cui si parte.
Un dì, se non andrai sempre fuggendo
di gente in gente,
ancora qui mi troverai,
a cambiare il mondo.
Ma avrò scelto d’andare
e mai saremo
sullo stesso parallelo.

2015-2016
Simone Risoli

domenica 6 marzo 2016

Al mondo, di Andrea Zanzotto

Breve nota introduttiva: sono contento di accogliere l'intervento di Leonardo, una libera pietra posata-spostata-sollevata ne Le Città vivibili. Buona lettura a tutti!


Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, munchhausen.


Questa è una preghiera. Questa è la preghiera. La preghiera di chi chiede al mondo questo: esistere. Mondo, sii. E già che ci sei, sii buono. È la preghiera disperata, allucinata, la preghiera di un drogato che, perso nell’ebbrezza, fatto fino all’ultimo suo atomo, piange e vomita e barcolla: vuole uscirne, vuole smettere, vuole tornare al mondo e rinascere. È la preghiera di chi non ha nulla da perdere perché non ha nulla. È la preghiera di Budda che, esausto, prossimo al suicidio della sua razionalità, pronto a riconoscere l’incommensurabilità tra mente e mondo, chiede sinceramente per la prima volta: fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto. È la preghiera di tutti quelli che al mattino, ogni giorno, hanno il fegato di “guardarsi allo specchio”. È la nostra preghiera, una preghiera vera, ironica e spaccona. È una preghiera peccaminosa. È la vera cura: “la reciti una volta al giorno” dovrebbe dire il prete o il medico.
Chi recita questa preghiera, a ben guardare, ha solo una cosa: il proprio “esistere psichicamente”. Su bravo, esisti, non accartocciarti in te stesso, in me stesso. E non vuole, non vuole proprio che tutto si limiti a quello. Qui il cogito, tanto caro a Cartesio come base per ogni fottuta certezza, non è altro che la base di una sola certezza: l’incertezza. Io pensavo che il mondo così concepito […] fosse soltanto un io male fantasticante male fantasticato mal pagato. Con questi pensieri il Budda che è in noi trema e “pace non ha ma non ha da far guerra”. Trema perché c’è il rischio che il mondo non funzioni, che sia solo una proiezione della mente; c’è la possibilità che nessuno si ricordi della nostra esistenza, che nessuno provi a connettersi sulla nostra lunghezza d’onda. Trema perché per caso o necessità il mondo potrebbe non esistere. La guerra in effetti c’è: è la guerra con noi stessi, sotto l’albero di Bodhi, per uscire dal proprio io male fantasticante e trovare un appiglio, concreto, reale.
Questo appiglio esiste. Esiste anche in questa stessa poesia. Chi recita questa preghiera disperata è perché in fondo sa che un appiglio c’è. Un frammento nel mondo è possibile averlo, costruirlo. E alle volte è il frammento stesso che si ricorda di noi e ci risveglia, se solo noi ci mettiamo seduti sotto un albero di fico, con la postura da meditazione, e apriamo il nostro esistere psichicamente a quel frammento. Lo inglobiamo. Lo assorbiamo tenendolo al caldo. Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere. Sia fatta la tua volontà. Ma non nel senso che puoi fare quel cazzo che ti pare e a me andrà bene tutto perché sei onnipotente. Tu devi existere o desistere o obsistere. Non mi importa. Lasciami il mio frammento, questo m’importa. Non sottrarmelo. Io in fondo credo in te, anche se non ne ho le prove. Credo in te perché altrimenti non ti rivolgerei una preghiera, pur senza fede. Il congegno abbia gioco. Mi son già messo sulla strada, siamo già in cammino. Tu lasciamici. Non mi sfiorare. Non ti accartocciare in me stesso. Questo dev’essere il nostro patto, mondo. Ci diamo una chance a vicenda, io la do a te e tu a me. Facciamo buonamente un po’. Ci incontriamo una volta sola. Solo una. Ci incontriamo una volta sola, ontologicamente. Poi non ci vediamo più. Io per la mia strada e tu per la tua. Non mi interessa più se esisti. Tu sei bello, sei santo e santificato. Ma io voglio che tu ti faccia a lato, a lato. Voglio che mi lasci con il mio frammento, con il mio appiglio, con ciò che mi ricorda che esisto. Tu mi sei servito, mondo, ma solo all’inizio. E tu pure ti sei servito di me, come un buffet. Siamo pari.
Su bello, su.

Su munchausen.

Leonardo Moscati

lunedì 15 febbraio 2016

Il Primo Uomo, parte III (I Migranti)

Pensò a tutti i pesci che aveva lasciato nel mare. I pesci abbandonati nel mare, che volevano scappare dal mare.
Nessuno di loro avrebbe passato sera. Nessuno sarebbe sopravvissuto.
Il mare li avrà inghiottiti ormai, riversandoci sopra tutte le onde del mondo. 
Sepolti. Scappare volevano dal mare che più non li sfamava; e per mare cercavano la fuga: ma il mare, ora, era diventato una tomba.
Aveva lasciato il padre anziano che non più reggevano le sue spalle - ora ricordava quel senso asfittico, quella sensazione di peso insopportabile che sentiva poco prima, come un masso che lo schiacciava, il peso insopportabile dell'aria che gli spalancava i polmoni: non era escrescenza della mente, ma memoria.
Si era sentito annegare mettendo piede sulla terraferma. 
Lasciava le uova deposte, le uova che avrebbe depositato sul fondo un giorno e non depositato mai più; il mare, le onde, gli atomi di idrogeno, l'ossigeno, il cloruro di sodio, le montagne di sabbia e corallo, quelle viste, quelle presenti, quelle che avrebbe vissuto certamente un giorno e che ora, venuto alla terra, non avrebbe più visto, o mai visto. Un senso di nostalgia lo prese per il suo mare.
Duro è passare a nuova vita. Non si resiste con animo leggero. Ma quando di vita si tratta - nuova, vecchia, infangata, pulita - poco importa: il senso che lo spinse - che li spinse - fuggire il mare - la lama di coltello scintillante che li avrebbe passati uno a uno, l'ossigeno che mancava - vale ogni rinuncia.
Vale ogni rinuncia? Una terra arida, una terra, la terra li aspettava.
Scegliere non si poteva. Se scegliere si potesse - inconsapevole pensava - resteremmo.
Nulla vale più del mare, del mare-vita, del mare-casa, del mare-tomba.
Ora si sentiva tradito. Non più il peso sul suo dorso, non più la nostalgia: andare, lasciare, vedere, vivere - vivere in un certo modo - non era un gioco - non erano parole: nulla ha a che fare tutto questo con la poesia.
Le lische disossate dal mare, amico-nemico, casa-lapide, che da un giorno all'altro si era volto in lager, che s'era fatto troppo piccolo e troppo affollato, che li aveva gettati nel mondo per poi gettarli fuori, d'improvviso, con la forza.
Dalla culla alla tomba: my beginning is my end.
Questa è la sorte di quelli che fuggono.
(Questa è la sorte di chi migra. Ma non siamo noi pesci i migratori delle correnti, gli scalatori delle burrasche?).

S.R.

lunedì 8 febbraio 2016

Il Primo Uomo, parte II

E si chiese: "A che tante facelle?".
Ma poi udì il richiamo della fame e volle - fortissimamente volle - con lo stomaco, più che con la testa volle - placare in un boccone la sua fame.
Sapeva che, per qualche strana ragione, l'aria che gli entrava fredda nelle narici e pian piano si riscaldava del suo fiato caldo-umido fino a gonfiargli le costole come uno scorfano davanti al predatore, quell'aria - appunto - non avrebbe più accettato di buon grado l'acqua scorrergli nei bronchi. Andò a tentoni verso la roccia che scorgeva davanti all'acqua salata di mare, trascinandosi con fatica infinita in quella sabbia mobile volatile scorrevole vischiosa. Roccia e sabbia erano stessa cosa; camminava su smeriglio di pietra compatta, ormai scivolosa e distrutta come vetro che precipita e si schianta e si frantuma in atomi.
Il vento, l'onda di tanto sono capaci. Subito dopo i morsi della fame avrebbe dovuto pensare a trovare un riparo. Riparo dall'aria che lo animava, dall'acqua che lo cullava e sfamava se non avesse voluto far la fine della roccia.
Allora cercò di allontanarsi dall'una e dall'altra, ma senza successo. Prese in mano un granello d'aria, scrutò un anelito di acqua e pensò: "Questo mi è utile".

S.R.